E così come per i precedenti racconti, se volete sapere perchè scrivo di don Camillo, lo potete leggere qui, ma anche qui.
con traduttore made blog P.C.
domenica 2 dicembre 2012
Storie di cani - Fulmine, detto Full - (1a parte)
E così come per i precedenti racconti, se volete sapere perchè scrivo di don Camillo, lo potete leggere qui, ma anche qui.
domenica 16 settembre 2012
Peccato confessato

sabato 21 aprile 2012
Ab Urbe Condita
Quando i greci di Menelao, Ulisse, ed Achille, conquistarono Troia, uno dei pochi difensori che si salvò fu Enea, fortemente raccomandato - certe cose usavano anche a quei tempi - da sua madre che era, nientepopodimeno, che la dea Venere. Con una valigia sulle spalle piena delle immagini dei suoi celesti protettori, fra i quali naturalmente il posto d'onore toccava alla sua buona mamma, ma senza una lira in tasca, il poveretto si diede a girare il mondo a casaccio.
E dopo non si sa quanti anni di avventure e disavventure, sbarcò, sempre con quella sua valigia sul groppone, in Italia, prese a risalirla verso nord, giunse nel Lazio, vi sposò la figlia di Re Latino che si chiamava Lavinia, fondò una città cui diede il nome della moglie, e insieme a costei visse felice tutto il resto dei suoi giorni”.
Suo figlio Ascanio fondò Alba Longa, facendone la nuova capitale.E dopo otto generazioni - cioè a dire qualche duecento anni dopo l'arrivo di Enea - due suoi discendenti, Numitore e Amulio. erano ancora sul trono del Lazio.
Purtroppo sui troni in due ci si sta stretti, e così un bel giorno Amulio scacciò il fratello per regnare da solo, e gli uccise tutti i suoi figli, meno una: Rea Silvia.
Ma perché non mettesse al mondo qualche figliuolo cui potesse saltare il ticchio di vendicare il nonno, la obbligò a diventare sacerdotessa della dea Vesta, vale a dire monaca.
Un giorno Rea, che probabilmente aveva una gran voglia di marito, prendeva il fresco in riva al fiume perché era un’estate maledettamente calda, e si addormentò.
Per caso in quei paraggi passava il dio Marte che scendeva sovente sulla terra, un po' per farvi qualche guerra, ch'era il suo mestiere, un po' per cercare delle ragazze, ch'era la sua passione favorita.
Vide Rea Silvia. Se ne innamorò. E senza nemmeno svegliarla la rese incinta.Quando lo zio Amulio lo seppe, aspettò che partorisse non uno, ma due marmocchi gemelli: Romolo e Remo Poi li mise su una piccola zattera che abbandonò alla corrente del fiume affinché li portasse ad affogare nel mare.
Ma la zattera si arenò poco lontano. I due derelitti, piangendo rumorosamente, richiamarono l’attenzione di una lupa che accorse ad allattarli.
Si dice che la lupa non era una bestia, ma una buona donna, Acca Larenzia, detta Lupa per via del suo caratteraccio e per le molte corna(*) che faceva a suo marito andandosene a far l’amore nel bosco con tutti i giovanotti dei dintorni.
Cresciuti che furono, Romolo e Remo pensarono di fondare una città vicino al punto in cui si era arenata la zattera. Scavarono un solco e costruirono le mura, giurando di uccidere chi avesse osato oltrepassarle.
Come tutti i fratelli, finirono per litigare e Remo, per dispetto, ruppe un pezzo di quelle mura. Romolo, fedele al giuramento, lo accoppò con una badilata, e diede alla città il nome di Roma.
Tutto questo avvenne il Ventuno Aprile dell’anno Settecentocinquantatre prima della nascita di Cristo, e fu, per i romani, l’inizio della storia del mondo.
E quando i romani conquistarono tutta la terra allora conosciuta, gli anni si contarono “Ab Urbe condita”, cioè dalla fondazione di Roma.
Si dice che quanto narrato sia solo una favola che i babbi romani raccontavano ai loro figli, un po’ perché ci credevano essi stessi, un po’ perché i figli, crescendo nella convinzione di aver avuto antenati così altolocati, come Venere, Marte, Enea, si sentivano anche loro semidei (*)
tratto dal famoso romanzo:
”La storia che divenne una bella fiaba”
ed. Albatrho.s
sabato 5 novembre 2011
LA SCOTENNATRICE - di E. Salgari
Prendo spunto dal blog di Blumannaro per raccontare una strana coincidenza.
Era una notte buia e tempestosa.
Conversando con un'amica delle solite cose di tutti i giorni, ad un certo punto se ne esce con questa frase...
(ma è meglio che riporti il frammento completo della conversazione)
- Ok -
« Allora... scegli tu ed io mangio.
Posso andare in frigo e prendere 1) cornetti con panna, 2) cannoli siciliani, 3) code di rospo o forse voi le chiamate code di aragosta.
Che scelgo?»
- Code di rospo a quest'ora? -
« Sono dolci, come le sfogliatelle napoletane ma con un'altra forma.»
- Ah... credevo fosse la pescatrice. La compera sempre mia moglie perché dice che il pesce contiene fosforo che fa bene alla memoria. -
« No »
- Allora vanno bene le code di rospo -
« Ok arrivo, tu rosika
(e mi manda un link)
- ahahahah... giuro che lo metto sul blog.
Titolo: La scotennatrice.
Sottotitolo: Quello che preferisci due volte al giorno: durante i
pasti e fuori dai pasti.
Ma ha anche il frenulo del prepuzio? -
« ehhhhhhhhhhhh? »
- dalla forma che mi hai mandato....!?
« e vabbè... ma io lo stavo mangiando »
- ohi che dolor! -
« ahahah... e pensare che prima l'ho anche scaldato nel microonde »
- Proprio nel microonde? Con tanti modi che ci sono per scaldarlo!
« Mi fermo qui... perché è ripieno di crema quel dolce...»
- Si, è meglio che ti fermi: se esce la crema poi rimane uno straccetto...
poi, vabbè, abbiamo cambiato argomento!
Mali di stagione:
Pare che la crema delle code di rospo faccia bene al mal di gola, se scaldata preventivamente.
sabato 6 febbraio 2010
giovedì 17 dicembre 2009
Omaggio a Felice Musazzi
Avete presente quelle camere col lettone di ferro a due piazze, le sponde alte, che quando si dorme pare di stare in gabbia?
Ecco, è lì che russano, Teresa e Giovanni Colombo, da quarant'anni a questa parte.
Un urlo lacera la notte.« Giuàn piza ul ciar »La luce sfacciata dell'unica lampadina da 25 candele illumina impietosamente una sparuta gallina, appollaiata sulle sponde del letto.« Genti! Credévu ce l'eva l'anima da a me pora mama cà l'è vignüu giò a gratàm i pè...».Aggiustandosi gli occhiali, Teresa afferra la gallina, tentando disperatamente di guardarla negli occhi.« Giülia, a vöru no ca te vegni chì a fam stremì da noci... va là sü la finestra a fa l'oeu, por anima ».E la sbatte fuori senza tanti complimenti.« Noci da galera! »Poi si rivolge al ritratto della madre che sovrasta il letto.« Mama, guarda chì l'é ca te me metüu chì insema... Ta sa ricordi sà te me disevi?Spusal Terasa, l'é un bravu fioeu, al g'ha una bela posizium ».Il Giuàn, tutto stravaccato per traverso, dorme come un sasso, occupando più della metà del letto.« L'è quarant'ann ca l'é chi inscì: tala chi a sò pusizium. Tirumal là, mama: e se te pödi no tiràmal là, dighi almen da tiras da là quindas ghei, da pudé fa un visurin...».Giovanni, russando, rotola su un fianco e si sposta.«...Grassia, mama. I da puà durmighi insema: quandu ca'l ronfa al fa tremà ul quadar da a Madòna sul mür; quandu a ghe sü ul ventu, al bufa ca ma toca metti su i müdandi da lana. Pagamentu, gh'o mitüu ul tai da dré; me andàa den una piüma dul cussin, ca la ma turmenta ».Teresa compie un'affanosa ricerca della piuma galeotta. Quando finalmente, rovistando nei mutandoni, riesce ad impadronirsene, ritenta sbuffando, di prendere sonno. Invano.« A ma tuca durmì dàa a parti dul fidigu par via dul cör...».Si gira e rigira. Poi sconsolata, osserva con aria di profondo disgusto ul sò Giuàn, Questi apre un occhio, e sibila:« Som bel? »« Te se un bel scemu. Giras da là, ca te me fe vignì i verman ».Ma Giuan non ne vuol sapere:« Teresa, m'é vignüu vöia da fati un basìn ».Non l'avesse mai detto. La Teresa sguscia veloce dalle coperte.« Va via nè... pütostu da fàti un basìn a ti, a sciüsciu una sòquara ».Giovanni, lo zoccolo, ce l'ha già in mano:«E alùra tè, ciàpala e scüsciala».Alla vista del suo uomo che fruga ancora sotto il letto, Teresa, temendo il tiro del secondo zoccolo, si informa gentilmente:« Sa ta cerchi? »« L'urinari, Duè ca l'è?»« Ce l'ho dato alla Patria».« Alura dami ul to ». E fa per prendere quello della moglie.Teresa lo afferra rapidamente, stringendoselo al petto:« No, te me'l sbüsi ».« E mi ta la fo in léciu ».« E mi ta fo ritirà a l'uspizi. Disgrasià, g'ho den i materàs da goma piüma, te me i dislengui tüti ».Rassegnato, Giuàn si rimette sotto le coperte. Teresa gli si raggomitola accanto, dopo aver spento la luce.Ma Giuàn non ha più sonno:« Teresa, sàbatu a s'é masàa ul me amis Carletu sül laurà, sòta un pés dàa grü. Pensa: a so vedova la ciaparà 5 miliuni da l'assicürazium ».« E ti, dué ca te sévi in chèl mumentu lì ».« Sevu andà al cess...».« Ecco - Teresa balza a sedere sul letto - quandu ghe da guadagnà un quai coss, te se mai là! ».
"Storie grame di povercrist"
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mercoledì 16 dicembre 2009
le 200 ore (omaggio a Felice Musazzi)
Tobia respirò due volte profondamente, per domare l’emozione. Impastronato malamente nel suo cappotto marrone, che già aveva superato una decina di inverni, non riesce neppure ad avvertire il freddo intenso, che turbina nella piazza e perfino nei reparti. Fuori dai cancelli, oggi, e solo per oggi, la Gelina.
«Ma ta fé vess chi ti?».
Carico di allusioni, lo sguardo ombroso di lei gli si inchioda negli occhi: «Te va! A credevu ca ‘l duveva pioeu, e som vegnüu incuntra cun l’umbrela…»
«Ma sa ghe fora ul su!»
«Ma al pö anca pioeu, e ti te se bagni… te pödi ciapà un’infiurensa ca ma tòca a mi cürati… E alùra?».
Tobia si sente fissato golosamente, come un babà in una vetrina di pasticciere: «Alùra cusé?».
«’Ndem Tubia – si spazientisce lei – fa no ul màrtal, te ghi è li?».
«Cusée?».
«I düsentur!» - in uno slancio incontrollato, prende a tastare il cappottaccio spelacchiato – Te ghi è in sacogia da chi o da là? Mumastà a trai föra: sa ga vegn sü una bufada da ventu guaia!»
Capita solo una volta all’anno, In tutti gli altri giorni regna la rogna: oggi no: sono arrivate anche per il Tobia le duecento ore. Con una busta paga così, ci si può anche permettere di sognare davanti alle vetrine natalizie.
Gelina sembra persino meno grassa, meno opprimente, quasi simpatica e forse anche gentile.
Entrati in casa, tutti e due hanno avuto la stessa idea (miracolo!): sprangare le porte per essere finalmente soli, con tutti quei bei bigliettoni.
Lei non ce la fa più: «Tirai föra, sa te n’è ciapàa?».
Con un gesto che gli costa qualche mese di vita, Tobia molla alla moglie la sospirata busta.
«Teh, vampira ciàpai!».
«Tubia, va là in sül tavar… E adess ciapa i dané e fam a docia».
Il marito sta al gioco. E fa piovere dall’alto del tavolo tutta la sua gratifica natalizia, come fosse neve su un presepe vivente. Gelina, appena sfiorata dalla prima banconota, incomincia a fremere, a rabbrividire. Si toglie piano piano il grembiule, le calze, tutto. E afferrando un biglietto che ondeggia nell’aria tiepida, emette un gridolino basso e soffocato: l’orgasmo.
«Danè, danè… Disan che i danè ìn a merda dul diaval, guarda Tubia, mi la mangiu».
Poi Gelina si riveste; fa scendere il marito e raccoglie religiosamente la sua manna. Quindi dispone a ventaglio le banconote sul tavolo. Le rimescola, le sparpaglia, fa tanti mazzettini che sfiora con riverenza. Bagnandosi l’indice dalla bava che le cola dalla bocca, comincia a contare tutta quella grazia di Dio, il più lentamente possibile, nell’illusione che possa moltiplicarsi.
«Vün, dü, tri, quatar… chissà parché quando vedu i dané a diventu un’ola dona? Cinq, sés, sett… sa te mangi, Tubia?...Votu… chissà ‘ma te se stràcu, por om… noeu, des… te lauri tropu… vündas… setas giò ca ta tiru föra i scarpi… dudas trèdas quatordas… Te mangi ul giambum? Quindas… A quidicianni facevo all’amore… daghela avanti un passo… te bèe un bücer da vin?... Sèdas, darsèti, dasdotu: Tubia, fò no par dì, ma a la to età, te se ancamò un bel om»
Intanto si è accovacciata vicino al suo uomo, ora rigidamente seduto sulla sedia impagliata. Tobia non capisce più niente: gli pare di vedersi al cinema. Possibile che sia tutto così bello?
«Ta se racordi quando sevum murus? Quandu sem spusàa, a prima noci?».
«Ti Gelina, ta va ul laci al cò?».
«Ma va tüscòss al cò! L’è un pecàa a spéndai, tant chi in bei: chissà ul to capu sa n’ha ciapàa!».
«Al gh’eva ul caval par purtai a cà».
Gelina, contati i pezzi grossi, è ora arrivata alle mille lire. Sceglie un biglietto, e lo allunga con fatica al marito. Ha l’aria di fargli una gran concessione:
«Toh a tua murüra intantu ca gh’in!».
Tobia si affretta ad intascare. Meglio non esitare, potrebbe ripensarci, dimenticandosi che stavolta è Natale.
«Tubia, va a lavàss giò. Intantu mi vo a pagà chi quatar pufi, e in barba a tüti, a vöru picaghi den, al dì da natal, una paciàda ca sa a mangiu pü par un ann al fa nien».
Gelina si munisce di due sporte per la spesa, anzi, di tre (non si sa mai), e si avvia a dar fondo alle duecento ore. Insieme a tutti i desideri folli, repressi da ormai troppi mesi.
«Da sügàss – sussurra in un sorriso prima di infilare la porta – dröva a camisa, tantu g’ho da lavala. E bagna giò pür par tera, dopu a neti. Ciau milord!»
Tobia, sfilandosi la sua maglia tutta buchi e rammendi, è sconcertato.
«’Ma la saria bela a vita, se i düsentur a füdesan tri völti a l’ann…»
Si sta crogiolando da un paio d’ore nell’acqua tiepida, le braccia penzoloni fuori dalla tinozza. Poi con calma, esce dall’acqua e va ad asciugarsi senza fretta, vicino alla stufa.
Dalla porta che si apre all’improvviso, entra una ventata gelida che pare gli spezzi la schiena.
«Sa te fe lì in pée tacàa a la stüa, te vedi no ca te me bagni giò dapartütu? Sbruvandün! – la Gelina gli rovescia addosso il solito livore – Te se in gir bel e biotu, à pée in tera, cumé un fantasma, martalàsc! Quàtass ca te fe schivi! Tubia, ghé finì i dané, ghé finìi a pas».
Tobia si rinfila la maglia a buchi e la camicia bagnata. Sul tavolo, tre borsoni stracolmi di tutto.
E’ proprio vero: le duecento ore sono già finite.
Tratto da:
STORIE GRAME DI POVERCRIST - Felice Musazzi
(Il meglio del teatro popolare de “I Legnanesi”)




