con traduttore made blog P.C.

Miei cari amici vicini e lontani buongiorno, ovunque voi siate!

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lunedì 4 febbraio 2013

Il medico della mutua

 
“La mutua è una grande casa, alta e ben intonacata, con entrata principale e uscite secondarie. Davanti a questa grande casa il medico si sente meschino e smarrito. Una volta non c’era la mutua, e i medici di una volta se la passavano bene: quasi tutti diventavano ricchi, alcuni ricchissimi. Tutti facevano i loro soldi, c’erano clienti a volontà, lavoro sempre garantito. Un giovane medico non aveva bisogno di aspettare tanto, di fare una trafila burocratica, di scrivere domande, di armarsi di una decorosa pazienza: gli bastava aprire un ambulatorio e subito si faceva la sua affezionata clientela. Una laurea in medicina era una laurea come si deve.
Oggi purtroppo c’è la mutua: succhia il sangue di noi medici, dei mutuati e dei padroni, e lo trasforma in corridoi, uffici, ascensori, uscieri, dattilografe, impiegati, capi e dirigenti amministrativi, direttori sanitari, medici funzionari, infermieri, e così via. Tutta roba che è fatta apposta per tarpare le ali alla nostra libera professione.”

Così inizia il romanzo che “farà rabbrividire chiunque soffra anche soltanto di un raffreddore”

il_medico_della_mutua

A

ll'apertura dell'ambulatorio, Teresa è la mia prima paziente. Siamo soli, e dopo aver ispezionato che tutto sia a posto, e che il locale sembri proprio un ambulatorio, decidiamo di fare un mezzo amore sul lettino nuovo e ci diciamo che dovrebbe portar bene.
Improvvisamente Teresa si imbroncia.
« Perchè? Cos'hai?»
« Stupido, non lo capisci? Sono una donna, dopo tutto.»
« Piantala. Certo che sei una donna.»
« Giurami che non farai all'amore con nessun'altra su questo lettino.»
« Giuro!»

« Però chissà quante ne tasterai: e tastandole ti verrà voglia.»
« Un conto è avere una donna in condizioni normali, da uomo a donna, un conto è visitarla.»
 
     Ma se prima di visitarla sai già quale sciroppo le darai per la sua insufficienza epatica, e sai anche che l'insufficienza epatica è una fesseria che non guarisce mai, hai la testa sgombra da problemi diagnostici quando la vedi sdraiata sul lettino, le mutandine calate alla linea delle anche: non puoi non notare che ha un bel ventre, e alla base del ventre un magnifico pelo pubico. Con aria assorta decidi che oltre al reggicalze deve togliersi anche le mutandine, per una visita completa. Ora dal ventre in giù è nuda, e tiene le cosce strette. Risponde intanto con disinvoltura alle domande che le fai, quelle che ti vengono in mente in quel momento, tanto per avere un pretesto per continuare ad ammirarla e a palparla.
« Qui fa male?»
« No.»
« E qui?»
« No.»
« Qui?»
« Un poco, mi pare.»
« Qui, ho detto!»
« Si, si fa male. Riprovi ancora.»
« Ecco.»
« Mi fa proprio un po' male, dottore.»
     Decisamente è un bel ventre. Muovendo la mano per palparle i quadranti inferiori, in realtà lo accarezzi.
« Qua?»
« Delle volte mi fa male. »
« E adesso? »
« No, direi di no.»
     Non te ne frega niente, epperò sei coperto dall'ottima scusa che stai facendo una visita scrupolosa, una di quelle visite destinate di solito ai paganti.
Sai benissimo che l'intestino non funziona bene, che è piuttosto pigro, ma te lo fai ripetere: è sempre tempo guadagnato. Ascolti parlare la donna tenendole distrattamente una mano appoggiata sul ventre. Intanto ti vien voglia di farle aprire le cosce: devi escogitare un trucco, ma è facile. Basta che parli dell'esistenza di qualche ernia inguinale ignorata, o che ti preoccupi di accertare se vi sono eventuali adenopatie, e la inviti ad aprire le cosce. Lei mostra riluttanza, si fa rossa in faccia, ma vede il tuo atteggiamento di distacco professionale, pensa che in fondo non c'è niente di male ad aprire le cosce davanti ad un medico, davanti a un piacente medico, davanti a un uomo, davanti a un bel uomo, e si decide. Così puoi vederle il sesso, che in sé non è nulla di speciale, ma è eccitante perché appartiene a una bella donna: un attimo, e devi proseguire la visita. Fingi di cercare l'anello inguinale e fai dare alla paziente un colpo di tosse. Scuoti il capo, cerchi dall'altra parte. Un colpo di tosse: niente.
« No, ernie non ce ne sono.»
« Non me ne sono mai accorta.»
« Può esserci una punta d'ernia, a volte.»
     E' rimasta con le cosce semiaperte: ha acquistato la massima disinvoltura e aspetta cosa succederà ora. Sei ad un punto limite, davanti agli occhi ti scorre un fiume rosso e caldo. O lo attraversi subito o torni indietro.
Con uno sforzo pronunci appena: "Si rivesta pure."
    
Di malavoglia siedi alla scrivania e le prescrivi lo sciroppo per il fegato, mentre lei si riveste lentamente e in silenzio.

     Teresa finisce con l'ammettere la purezza delle mie intenzioni. Decidiamo di segnare una visita a carico della mutua.
Ci abbracciamo felici: possiamo fare all'amore e farcelo pagare, sia pure modestamente, dalla mutua. E' una piacevole trovata, anche eccitante.
« E deve ringraziarci che non segniamo neanche una medicina.» ride Teresa.

 

Questo brano, tratto dall’omonimo romanzo, è dedicato a chi non ha vissuto il tempo in cui i medici erano veramente medici. Ma anche medici che si contendevano i mutuati, e che piuttosto di perderne uno erano disposti ad ammazzarlo. Medici il cui sogno era di avere in cassaforte scatoloni pieni di libretti della mutua.

Da questo libro è stato tratto il più noto film con Alberto Sordi protagonista.

 

 


venerdì 2 novembre 2012

La lucetta spenta




Cosa sia una valvola termoionica oggi è facile saperlo sfogliando le pagine del web, ma allora esisteva  tutta una letteratura specializzata che ne spiegava il funzionamento, le caratteristiche e le applicazione per le quali ogni valvola era adatta. La sua invenzione ha segnato un grande evento della storia e il primo a comprenderne l’importanza fu Guglielmo Marconi. Il primo calcolatore interamente elettronico, funzionava per merito di 17.468 valvole termoioniche.
Se la forma,  il colore,  la sensazione  tattile di  un oggetto   riporta a luoghi, a persone, a vicende della vita e se questi ricordi sono importanti, anche quell'oggetto diventa importante. Sul mio tavolo di lavoro, fa bella mostra di sè una valvola termoionica che si accende, emettendo una flebile luce ogni volta che accendo il computer.
 la_lucetta_spenta

E
rano nati sullo stesso ballatoio e a pochi giorni di distanza, ma insieme avevano frequentato l’asilo, le scuole elementari e si erano separati solo durante le scuole medie per poi ritrovarsi adolescenti e con una passione in comune: l’elettricità.
Ma se l’uno era affascinato dagli impianti e dalle centrali elettriche, dai motori, dai trasformatori, l’altro era affascinato dalla radiotecnica e già a quattordici anni era stato capace di costruire, in un scatola di plexiglass,  una radio portatile con l’antenna estraibile, e l’occhio magico per la sintonia fine: interamente funzionante con valvole termoioniche. E così come oggi costruiscono orologi col fondo trasparente per il piacere di vedere il meccanismo, anche quella radio aveva il suo fascino non tanto per la qualità della ricezione, quanto per le lucette che si vedevano solo al buio; il cuore pulsante di quella radio.


Un’altra cosa li accomunava: la passione per gli aeroplani. Ma lui aveva fatto ancora di più: si era arruolato nell’aeronautica. E quando tornava in licenza, vestendo una rutilante divisa d’aviere, gli mostrava con orgoglio il distintivo di specialista in radiotrasmissioni.
Smessa la divisa, si era sposato. Tre bellissime figlie, bionde come la mamma, e una passione in comune: la radio. Aveva ottenuto il permesso di costruire un’antenna sul tetto della casa che avrebbe potuto fare invidia a qualche emittente radiofonica odierna, tanto era alta. Nell’abbaino la plancia di comando. Semicircolare e con tanti bottoni e strumenti con lancette oscillanti, lo mettevano in comunicazione col mondo intero. Non vi era incomprensione di idiomi perché comunicava con le voci del codice Q, e in casa sua, quale antesignano delle attuali chat, il “baracchino”  del CB era sempre acceso e sempre gracchiante.



Non lo so se tutto questo sia stato la scintilla che lo avrebbe portato, in seguito, a girare per ben due volte il mondo intero.
Con disarmante naturalezza, mi raccontava come aveva trasformato un camioncino in camper e con quel mezzo era arrivato fino a Capo Nord: lui, sua moglie e le sue tre figlie.
Un solo desiderio gli era rimasto. Vedere la nascita di una nipotina e fare ancora un viaggio.
E il suo desiderio l’ha raggiunto perché di nipotine ne ha visto nascere due. Ma il suo viaggio è senza ritorno.

Oggi quella lucetta, è spenta.

(ricordo di un amico)

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sabato 27 ottobre 2012

ma va laaaaaa… è solo un cane!

 
 

“Quando sarò grande ti porterò con me, lontano lontano, in un mondo colorato come so fare io, dove ci sarà un posto per te e là ti racconterò i mei sogni, quelli di ieri, quelli di oggi... quelli di domani.
Quando sarò grande ti racconterò che con te non ho paure, che tu sei importante, che senza te le ore sono lunghe e vuote; ed io ti cerco, ti cerco ovunque.
Quando sarò grande e tu diventerai piccolo, sarò io a curarti, io a farti dormire sulle mie gambe, io ad... annusarti, come tu fai con me e nel frattempo non muoverti, restami vicino e aspetta che io finisca di raccogliere i miei sogni da bambino, per poterli raccontare a te...
quando sarò diventato grande!”

cuccioli

 
D
i volta in volta, le persone mi dicono, “ma va, è solo un cane” o, “sono un sacco di soldi solo per un cane”. Loro non capiscono le distanze percorse, il tempo speso, le spese necessarie “solo per un cane”. Alcuni dei miei momenti più orgogliosi sono avvenuti con “solamente un cane”. Ho passato molte ore con “solo un cane” come mia unica compagnia, ma non mi sono mai sentito trascurato. Alcuni... dei miei momenti più tristi sono stati sorretti da “solamente un cane”, e in quei giorni di buio, il dolce tocco di “solamente un cane” mi ha dato conforto e ragione per superare la giornata.

Se anche tu pensi che sia “solo un cane”, allora probabilmente capirai frasi come “solo un amico”, “solo un alba o un tramonto”, o “solo una promessa”.
Solo un cane porta nella mia vita la vera essenza d'amicizia, fiducia, e gioia pura e sfrenata. Solo un cane tira fuori la compassione e la pazienza che mi rende una persona migliore. A causa di "solo un cane" mi rialzerò presto, farò lunghe passeggiate e guarderò al futuro con desiderio. Quindi per me e per la gente come me, “non è solo un cane”, ma l'espressione di tutte le speranze ed i sogni del futuro, gli adorabili ricordi del passato, e la pura gioia del momento.
 
Solamente un cane porta alla luce ciò che c'è di buono in me e devia i miei pensieri lontano da me e dalle preoccupazioni della giornata.
 
Spero che un giorno loro potranno capire che non è “solo un cane” ma la cosa che mi dà umanità e mi mantiene “solo un uomo”.

La prossima volta che sentirai la frase “solamente un cane”, sorridi, perché 
solamente loro” non capiscono.
 


- Autore Sconosciuto -

 


lunedì 15 ottobre 2012

Il gabbiano Jonathan Livingston

Al vero Gabbiano Jonathan che vive nel profondo di noi.
gabbiano al tramonto


E
ra di primo mattino, e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato. A un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo Stormo. E in men che non si dica tutto lo Stormo Buonappetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava così una nuova dura giornata.
      
Ma lontano di là solo soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per suo conto: era il gabbiano Jonathan Livingston. Si trovava ad una trentina di metri d'altezza: distese le zampette palmate, aderse il becco, si tese in uno sforzo doloroso per imprimere alle ali una torsione tale da consentirgli di volare lento. E infatti rallentò tanto che il vento divenne un fruscio lieve intorno a lui, tanto che il mare ristava immoto sotto le sue ali. Strinse gli occhi, si concentrò intensamente, trattenne il fiato, compì ancora uno sforzo per accrescere solo... d'un paio... di centimetri... quella... penosa... torsione e... D'un tratto gli si arruffano le penne, entra in stallo e precipita giù.
    
  I gabbiani, lo sapete anche voi, non vacillano, non stallano mai. Stallare, scomporsi in volo, per loro è una vergogna, è un disonore.
       Ma il gabbiano Jonathan Livingston - che faccia tosta - eccolo là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo e... papapunf stalla di nuovo - no, non era un uccello come tanti.
       La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov'è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d'ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.
      
Ma a sue spese scoprì che, a pensarla in quel modo, non è facile poi trovare amici, fra gli altri uccelli. E anche i suoi genitori erano afflitti a vederlo così: che passava le giornate intere tutto solo, dietro i suoi esperimenti, quei suoi voli planati a bassa quota, provando e riprovando.
       Non sapeva spiegarsi perchè, ad esempio, quando volava basso sull'acqua, ad un'altezza inferiore alla metà della sua apertura alare, riusciva a sostenersi più a lungo nell'aria e con meno fatica. Concludeva la planata, lui, mica con quel solito tuffo a zampingiù nel mare, bensì con una lunga scivolata liscia liscia, sfiorando la superficie con le gambe raccolte contro il corpo, in un tuffo aerodinamico. Quando poi si diede ad eseguire planate con atterraggio a zampe retratte anche sulla spiaggia (e a misurare quindi, coi suoi passi, la lunghezza di ogni planata) i suoi genitori si mostrarono molto ma molto sconsolati.
       «Ma perchè Jon, perchè?» gli domandò sua madre. «Perchè non devi essere un gabbiano come gli altri, Jon? Ci vuole tanto poco! Ma perchè non lo lasci ai pellicani il volo radente? agli albatri? E perchè non mangi niente? Figlio mio, sei ridotto penne e ossa!»
       «Non m'importa se sono penne e ossa, mamma. A me importa soltanto imparare che cosa si può fare su per aria, e cosa no: ecco tutto. A me preme soltanto di sapere.»   
       «Sta' a sentire, Jonathan» gli disse suo padre, con le buone. «Manca poco all'inverno. E le barche saranno pochine, e i pesci nuoteranno più profondi, sotto il pelo dell'acqua. Se proprio vuoi studiare, studia la pappatoria e il modo di procurartela! 'Sta faccenda del volo è bella e buona, ma mica puoi sfamarti con una planata, dico bene? Non scordarti, figliolo, che si vola per mangiare.»
       Jonathan assentì, obbediente. Nei giorni successivi cercò quindi di comportarsi come gli altri gabbiani. Ci si mise di buona volontà. E, gettando strida, giostrava, torneava anche lui con lo Stormo intorno ai moli, intorno ai pescherecci, tuffandosi a gara per acchiappare un pezzo di pane, un pesciolino, qualche avanzo. Ma ad un certo punto non ne poté più.
       Tutto questo non ha senso, si disse: e lasciò cadere, apposta, un'acciuga duramente conquistata. Se la pappasse quel vecchio gabbiano affamato che lo seguiva. Qui perdo tempo, quando potrei impiegarlo invece ad esercitarmi! Ci sono tante cose da imparare!
       Non andò molto, infatti, che Jonathan piantò lo Stormo e tornò solo, sull'alto mare, ad esercitarsi affamato e felice.
       Adesso studiava velocità e, in capo ad una settimana di allenamenti, ne sapeva di più, su questa materia, del più veloce gabbiano che c’era al mondo.

       Eccolo a circa trecento metri d’altezza che, battendo le ali a più non posso, si butta in picchiata: una picchiata vertiginosa verso le onde. A questo punto capisce perché ai gabbiani questa manovra, a tutta velocità, non può riuscire. In appena sei secondi, uno tocca le settanta miglia all’ora: velocità alla quale l’ala d’un uccello non è più stabile nella fase ascendente.
       Ci si era provato più volte, ma sempre con lo stesso risultato. Pur mettendoci il massimo impegno, perdeva sempre il controllo, a una velocità così elevata.
       Saliva a quota trecento. Avanti dritto, a tutta birra, prima. Poi scivolata d’ala. E giù in picchiata. Niente! Ogni santa volta l’ala andava in stallo nella fase ascendente, lui veniva spostato con violenza a mano manca, stallava con la destra per cercare di riprendersi e, trac, cadeva in vite.

       Non riusciva a metterci sufficiente attenzione, al momento in cui dava quel colpo d’ala ascendente. Dieci volte ci aveva provato e ogni volta, appena toccate le settanta miglia orarie, si trasformava in una trottola di penne e, perduto il dominio dell’aria, tonfava nell’acqua.
       Il trucco – gli balenò in mente quand’era ormai fradicio – consiste nel tenere le ali ferme. Si: remeggiare finché non sei sulle cinquanta miglia, poi tener ferme le ali.
       Salì a quota seicento e riprovò. Si buttò in picchiata,becco dritto in giù, ali tutte aperte, appena toccate le cinquanta, spiegate e ferme. Occorreva una forza tremenda, ma il trucco riusciva. Nello spazio di dieci secondi, era sfrecciato a novanta miglia l’ora. Jonathan aveva stabilito il record mondiale di velocità dei gabbiani.

       Ma il suo trionfo fu di breve durata. Nell’istante in cui si accinse a risalire, nell’istante in cui mutò l’inclinazione delle ali, perse disastrosamente il controllo, frullò e divenne un turbinio di penne. Come prima: solo che, a novanta, fu un effetto-dinamite. E Jonathan esplose in aria. Piombò in mare. In un mare duro come il granito.
       Quando tornò in sé era buio da un bel pezzo. Galleggiava cullato dalla maretta, sulla sia del chiardiluna. Si sentiva le ali sbrindellate pesanti come piombo, ma più ancora gli pesava il fallimento. Si augurò, indebolito com’era, che quel peso bastasse a trascinarlo dolcemente in giù, verso il fondo, e che fosse finita.       Mentre affondava, una voce strana e cupa risuonò dentro di lui. Ah, non c’è via di scampo. Niente da fare, sei un gabbiano. La natura ti impone certi limiti. Se tu fossi destinato ad imparare tante cose sul volo, avresti un portolano nel cervello. Carte nautiche avresti, per meningi. E se tu fossi fatto per volare come il vento, avresti l’ala corta del falcone, e mangeresti topi anziché pesci. Sì sì, aveva ragione tuo padre. Lascia perdere queste stupidaggini. Torna a casa, torna presso il tuo Stormo, e accontentati di quello che sei, un povero gabbiano limitato.
       Quella voce svanì, e Jonathan era d’accordo. Un gabbiano a quest’ora di notte dovrebb’essere a nanna, sulla costa. D’ora in poi, giurò Jonathan, io sarò un gabbiano per bene. E tutti saranno contenti di me.
       A fatica si tirò fuori dall’acqua e si diresse mestamente verso terra. Meno male che aveva imparato a volare a bassa quota, il che gli consentiva un risparmio d’energie…
 
 
Jonathan Livingston è un gabbiano che abbandona la massa dei comuni gabbiani per i quali volare non è che un semplice e goffo mezzo per procurarsi il cibo ed impara ad eseguire il volo come atto di perizia e intelligenza, fonte di perfezione e di gioia. Diventa così un simbolo, la guida ideale di chi ha la forza di ubbidire alla propria legge interiore; di chi prova un piacere particolare nel far bene le cose a cui si dedica. Metafora dell'uomo, che persegue per tutta la vita un ideale di perfezione che lo porterà dapprima all'isolamento e quindi allo studio e al sacrificio, fino ad apprendere il segreto della bontà e dell'amore che cercherà di insegnare ai propri simili.

 Parole rubate, ma solo le parole. La fiaba del gabbiano Jonathan Livingston potrebbe apparire anacronistica nei giorni in cui un uomo ha superato la velocità del suono gettandosi in caduta libera   dalla stratosfera. Ma non lo è affatto. Perchè anche quell’uomo, come il gabbiano Jonathan, aveva voglia di vento.


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mercoledì 10 ottobre 2012

Uno sguardo spento e perso…

Q
uando la incontrai stentai a riconoscerla, era completamente diversa da quella che ricordavo. Frizzante, piena di vita e di speranze, pronta a cambiare il mondo, a conquistare vette, ad aprire le braccia e spiccare il volo. Ora, niente di lei ricordava chi avevo conosciuto. Stanca, smunta, demotivata, si trascinava appoggiandosi di tanto in tanto, con una spalla al muro, incapace quasi di stare in piedi senza cadere. Uno sguardo spento e perso, lontano chissà dove, e a tutta quella forza di un tempo aveva sostituito un'aria dimessa e mortificata.
Il sorriso; quello era lo stesso: dolce e malinconico, anzi, in questo caso triste.
La sua storia; come quella di tante altre donne che prima ancora di essere mortificate dal cancro, erano state mortificate dalla convinzione inculcatagli a dosi massicce, di non essere capaci di esistere e di vivere senza nessuno accanto, e per quello restano a capo chino, prive di ogni diritto e con il peso del solo dovere, verso la vita, verso l'uomo, verso Dio... e verso chi tende una mano e non ti lascia cadere.
Nei suoi occhi si leggeva solo la convinzione di farla finita ed un grande desiderio: quello di andare!
Fu l'acqua di un fiume che scorreva sotto un ponte, con lei c'erano i vecchi bambini di un tempo, quello in cui viveva felice l'abbraccio di mamma e aspettava il ritorno di un padre che l'avrebbe presa in braccio per farla volare... volare in alto.
Un attimo, fu solo un attimo... e riuscì a volare... a braccia aperte scivolò via senza guardare in basso, ma con lo sguardo rivolto al cielo.
“Ho voglia di vento, posando i miei passi su nuvole e vento, danzare per sempre perduta nel tempo, lontana… da abbracci perduti, da sogni falliti, da amori negati…”
La corsa nella notte verso il nosocomio, la luce blu intermittente, il suono delle sirene... lei era lontana, felice nel credere di avercela fatta, di essere libera... ma passata la notte, tornò tra le mura di quella casa che non era la sua, ma che  l'aveva vista bambina, e a chi la chiamava dandole il tormento, rispondeva... "sono a letto, ho un po' di febbre... comprerò il biglietto domani, e per domenica... sarò di ritorno a casa"
Come sempre e nuovamente prigioniera...


La cantilena è nell’anima di chi legge senza comprendere, incapace di capire e di provare qualunque sorta di coinvolgimento o emozione, succube della propria rabbia e della propria commiserazione.
Rima baciata e versi di poesia sono il tacere a chi non sa ascoltare, se non con le orecchie, l’invocazione di chi soffre e sono dedicati a chi ascolta con il cuore e commenta con l’anima.



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giovedì 24 maggio 2012

Storia di mezza estate.

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Prima storia
Si erano conosciuti giovanissimi. Lui ancora non sapeva scrivere e si avviava alla scoperta del mondo. Neppure lei sapeva scrivere, ma anch’essa era alla scoperta del mondo.
Si erano frequentati, e avevano scoperto di avere tante cose in comune: la curiosità, soprattutto, di scoprire l’uno dell’altro. Due sporcaccioni di pari tonnellaggio.
Seconda storia.
Era agosto inoltrato. Le cicale frinivano sugli alberi di tiglio e, come in un dialogo, al cessar dell’una riprendeva il verso dell’altra. Alla sera poi si poteva udire il frinire del grilli, e le lucciole erano così numerose come le stelle del firmamento. Talvolta, nel dialogo, si sentiva anche lo stridio della civetta che  chiamava il compagno. L’aria era pregna dei profumi pigri dell’estate. Pigri come la gente che, seduta fuori dall’uscio, pescava con una piccola roncola in una mezza anguria, tenuta in grembo come una catinella, per lenire la seta.
Terza storia.
Era un pomeriggio d’agosto inoltrato. Nella stalla il cavallo normanno frangea la biada con rumor di croste e il suo nitrire, accompagnato da un breve scalpitare, risvegliava le placide mucche che rispondevano con un breve muggito. Fuori, nel cortile, la gallina chiocciava accompagnata dal pigolio dei suoi pulcini nell’incessante ricerca del cibo.
Quarta storia.
Nella stalla, sulla paglia ancora odorosa della recente mietitura, era successo il fattaccio: sdraiato su di lei, avevo allargato le gambe!

- " Ehi... pst... Albatrho.s... cosa c'entri tu?" -
- " Non capisco” -
- “ Hai detto:  'avevo allargato le gambe' -
- " Non so proprio  come io possa aver detto questo” -
- " Che sia forse per il fatto che quel ragazzino che aveva allargato le gambe eri tu?” -
- " Non mi pare,  e poi non posso mica ricordarmi di quand’ero bambino” -
- " Uno potrebbe avere un rigurgito di memoria ricordando un fatto giovanile, seppur piacevole, dovuto all’inesperienza, ti pare?" -
- " beh... tutto può darsi: bisogna tener presente che anche gli albatri, quando sono giovinetti sono fatti di carne." -
- " Io tengo presente anche questo, però tengo presente pure che se gli albatri giovinetti sono fatti di carne, anche le gallinelle giovinette sono fatte della stessa pasta.
Com’è andata a finire poi la storia?"- 


- “ E’ andata a finire che, per quanto lo tirassi, non ci arrivava. Tutto lì.” -

- " Ma vi siete poi ritrovati?“ -
- " Siiiiiiii... recentemente, su FaceBook." -
- “ E cosa ti ha detto? " -
- " Mi ha detto ciao " -

                                                                                                                                  
                                                                                                                                 .           






giovedì 10 maggio 2012

Revivals and memories - Accadde il 10 maggio 2011.

Avevo le pile un po' basse, perciò dovevo metterle sotto carica (*) altrimenti alla mattina non partiva.
My_Heart
Beh... poco male – mi ero detto – Ci vorranno un paio di giorni, come minimo.
Un po' di riposo ed una sana lettura sono quello che ci vuole. Non tutti i mali vengono per nuocere. Ne approfitterò per finire di leggere un avvincente romanzo giallo che è da tempo sul mio comodino.
Anzi, sotto perchè traballa.
yellowpage

Ma ci sono troppi personaggi!
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(*) Staccare l'alimentatore solo a carica ultimata

http://albatrhos.blogspot.com/2012/05/malasanita-ovvero-il-mio-amico-philos.html




ne erano seguiti alcuni commenti, perciò… continua a leggere


sabato 31 marzo 2012

era stato il sogno di una notte di inizio estate…

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Ero da poco diventato ragazzo-nonno e avevo fatto un sogno.
poi…



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Peugeot_403-cabrio
e adesso dove la trovo una Peugeot 403 cabrio
Targata 044 APD
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domenica 1 gennaio 2012

Invito al concerto di capodanno




un ricordo per tutti i direttori d'orchestra che si sono susseguiti nella direzione del  benaugurante Concerto di Capodanno di Vienna.

 


e se per un disguido ricevi una lettera non tua…


"Non avrei mai creduto che mi sarebbe mancata tanto, non avrei mai pensato che quel suo modo d'essere fragile e malinconico potesse arrivare a fare tanta parte di me.

Quante volte ho desiderato di vederla reagire, di vederla forte, di saperla inattaccabile, ed ora è quel suo modo d'essere che mi manca.

L'ho cercata disperatamente, in questi giorni di festa, nei giorni precedenti, quando tutti si vestivano di sentimenti, di buoni propositi e, ripuliti dalle coscienze sporche si apprestavano a vivere le speranze di non ricadere nelle stesse colpe e negli stessi errori.

L'ho cercata, nel fondo della mia mente, l'ho cercata nel buio del mio cuore, l'ho cercata nel vuoto di un'anima che non sa più provare dolore, perchè senza lei non c'è più percezione di un qualunque sentimento.

E resto qui,  estraniata da tutto quello che mi circonda, in una cecità che è ormai sovrana, e detta solitudine e paura; e resto qui, stringendo tra le mani la speranza vana che ritorni.

Un unico pensiero per lei, io che ormai non so farne a meno; Buon anno amica, ovunque tu sia."



Questa notte balla con me, amica sconosciuta,
vedrai che ritornerà!
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lunedì 10 ottobre 2011

Post in blu.


Il postino (novantista)
suona sempre due volte.

Provare per credere.

Ma oggi ha suonato una volta sola perché l'aspettavo.

sabato 1 ottobre 2011

Si richiudono valigie... vuote.


.
Si era rabbuiato improvvisamente il cielo quella sera di fine estate. Era quasi dello stesso colore del suo umore.

Si sentiva stanco, demoralizzato e privo della voglia di fare una qualsiasi cosa. A nulla serviva il mordicchiare la stilografica che insisteva ad usare per scrivere i suoi pensieri.
La stessa, penna che in passato scorreva veloce sul foglio bianco e che gli aveva permesso di scrivere tanti racconti, ora non voleva muoversi. La mano di chi la comandava era rigida perché una ridda di pensieri si alternavano nella sua mente.
.

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Si richiudono valigie... vuote.
Basterebbe una piccola borsa da viaggio, anche un solo zaino, ma si sceglie sempre una valigia che resterà vuota per metà... o per metà piena.

Erano altre le valigie che avevo imparato a fare, spesso di corsa e con l'angoscia del peso e della bilancia alla dogana. Ora si riprendono in mano le stesse cose girandole e rigirandole, stropicciandole prima ancora di averle indossate, spaventati di aver sbagliato nella scelta... e sono solo quattro. Quattro povere cose!

Non ha importanza la meta, quello che conta è il viaggio!

Girovaghi in cerca di qualcosa o forse solo di se stessi, ed è per questo che si continua a portarsi dietro una valigia più grande di quanto ci serva... la migliore, la più bella. Probablmente nella speranza vana di riempirla di qualcosa di buono per noi.
Un sorriso, una stretta di mano, un abbraccio sincero; quello di qualcuno che ti abbia letto dentro, che ti abbia guardato negli occhi... oltre gli occhi. Che abbia avuto anche per un solo istante un pensiero ad attraversargli la mente:

"sono stato fortunato ad incontrarti"

E si va avanti così, in una vita che prima o poi vorrà donarti un giorno felice e che prima o poi scoveremo e faremo nostro: il nostro giorno felice. Anch'io devo averne uno da qualche parte, vivrò per quello, per raggiungerlo, per afferrarlo, per viverlo... e solo in quel momento potrò dire:"bene, ora per me, tutto può finire". .
Nessuno è lontano da chi ci vuole bene. Voler bene vuol dire portare qualcuno nel cuore per sempre... io questo lo so, io questo l'ho fatto, io questo continuo a farlo. Ed è per questo che in ogni luogo ed in ogni tempo... tu sarai sempre con me!

giovedì 4 agosto 2011

Dialogando (Frammenti di memoria di un anno fa, del computer)

Una delle più gran consolazioni di questa vita è l’amicizia; e una delle consolazioni dell’amicizia è quell’avere a cui confidare un segreto. Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi, ognuno, generalmente parlando, ne ha più d’uno: il che forma una catena, di cui nessuno potrebbe trovar la fine.
Quando dunque un amico si procura la consolazione di deporre un segreto nel seno d'un altro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui. Lo prega , è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni. Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione.
Così, d'amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell'immensa catena, tanto che arriva all'orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivare mai.

§... eccoli là le due bestie, che nel libro di Pinocchio erano chiamate il gatto e la volpe e nel libro di Libero sono il cojote e la troia, che sono sempre animali ma puzzano diverso.

§ Definisca "pericolosa" signor Theo...
Se chiedesse un parere a qualcuno di nostra conoscenza, altro che pericolosa mi definirebbe, e al mio nick ci unirebbe anche quello di un altro nik che gli ha dato filo da torcere fino a farlo tacere.


§ Non ce la fa! Non ce la fa a ricominciare!
Può sembrare strano, ma è così, e pur ripromettendosi di tornare non è capace di farlo.
Quella è stata la sua finestra sul mondo, dalla quale, affacciandosi, s'illudeva di tirare un sospiro di libertà... non è stato così, non è così!


§ La sensazione che prova è quella che prova chi, ripulendo la soffitta, si ritrova tra le mani vecchi ricordi, piccole gioie, grandi malinconie... Un tempo passato misto a gioia e a tristezze, sapendo che non è possibile far tornare quel tempo e non si è più capaci di farlo continuare.
Un gioco bello ma mancante di qualche pezzo... una tessera, una pedina, un dado... un pezzo.
Illusioni e disillusioni date da grandi delusioni


§ E' troppo faticoso guardarsi continuamente alle spalle, è troppo per chiunque, vivere anche la più stupida cosa, in assetto di guerra.
«Guardati da quella persona ammantata d'azzurro con una stella» - l'aveva avvertita un amico, pazzo all'apparenza... ma quanto saggio!

Crede forse, signor Theo, che si senta tradita da un'amica che ora "limona" con lei?
No! Non è quello!
La disturba il pensiero di quanto si sia sciacquata la bocca su di lei. Era una sua amica e quella "ammantata d'azzurro" lo sapeva bene. Quale delizia per lei, poterla infangare nuovamente e passare per la vittima del sistema?


§ Il mondo è questo, è vero, ma a lei questo mondo non piace!
Un mondo dove tacere senza potersi difendere, vedendo gli altri, quelli che andrebbero stanati e messi alla gogna, che invece camminano facendo terra bruciata e uscendone vincitori, è una cosa che non sopporta e non mi chieda di agire, non sono queste merde che non saprei distruggere, ma le loro difese fatte da omertosi vigliacchi con i quali si fanno scudo.
Buone Vacanze signor Theo.
... e dica alla sua amica che se avesse bisogno di una coatta che dice le cose senza tanti fronzoli, può servirsi di me... senza tanti problemi.

Ora come allora non avevo saputo risponderle niente. Ma aveva avuto ragione.
Ciao, amica mia. Parto per le vacanze ma, finchè ci sarò, vorrò salutarti ogni giorno. Una persona come te fa sentire il vuoto anche se solo per il tempo di una vacanza.

Vuoto che, spero, vorrai colmare presto.
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domenica 27 febbraio 2011

E’ strano questo buio

 

E'

strano questo buio: è nato in un oggi che è già ieri da qualche minuto… ed appartiene, vista l’ora, ad un oggi che io chiamo ancora domani. Ed io qui a respirare fumo e notte, con dentro la calma per aver fatto tutto… ed allo stesso tempo, l’agitazione data da quella strana sensazione d’aver tuttavia dimenticato qualcosa d’importante. Ma cosa?
Gli  amici sono arrivati e ora riposeranno tranquilli o forse guarderanno dalla finestra dell’albergo le luci di una città che non conoscono, pensando… pensando poi chissà a cosa! Pronti gli abiti, tutto pronto per la festa di domani, eppure…

Sento la mia signora sbrigare le ultime cose, mi fa compagnia il suo muoversi, il suo andirivieni… il suo esistere in questa casa… Nella mia vita.
Vita… vita che se ora desiderassi averla vissuta in modo diverso, non saprei come immaginarla.
Vita… in cui lei è entrata in punta di piedi e con forza ha dato uno strattone al mio cuore, alla mia esistenza e senza accorgermene io l’amavo.
Né mai ho pensato un solo istante, ritornando a casa, di non trovarci lei ad aspettarmi e solo oggi, solo questa notte, mi chiedo il “Perché?”
Perché non ho mai avuto il timore di non trovarla, ritrovandomi poi solo… come tanti, come molti altri…

Bella lo è sempre stata! Dolce e aggressiva al punto giusto e tanto grande è sempre stato il suo amore!... Ecco! Il suo amore, così forte, cosi pregnante, così denso, che se ora, stringendo la mano chiudessi le dita, mi parrebbe quasi di toccarlo.
Continua a fare strani balzi il mio pensiero viaggiando dalla mente al cuore e questo buio m’è compagno e complice, se nasconde questa lacrima che mi scivola giù per la guancia facendomi sentire tanto ragazzino.

La fiamma del mio accendino illumina per un momento  lo spazio circostante; la prima sigaretta s’è fumata da sola, mentre guardavo nel buio inseguendo i miei pensieri.
Ne accendo un’altra e ad ogni tiro s’illumina la brace e si scioglie la tensione, l’ansia.
Tutto sparisce, ora sono sereno e ho capito cosa fosse quella “ Cosa “ che mancava, che avevo dimenticato di fare;  l’ho capita mentre la sua mano mi accarezzava una spalla dicendomi: - Andiamo? -

- Grazie- le ho sussurrato. Solo un grazie… ma so che lei ha capito tutto quello che vi fosse racchiuso e nascosto.
Dovevo ringraziarla, ecco cosa avevo dimenticato di fare oggi e sempre.
Ed era la cosa più importante!

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Grazie per esserci, grazie per questo amore, per tanta dedizione.
Grazie per questa vita vissuta insieme, Nanda.

 


mercoledì 10 novembre 2010

Carpe diem

Oggi ero a Milano per un appuntamento con uno dei miei “Ministri” (quello di Grazia e Giustizia) che ha il Gabinetto in Piazza Cinque Giornate. In realtà è un amico carissimo che fa l'avvocato. Ero solo, senza il mio Autista che mi fa anche da portaborse all'occorrenza, e quindi la borsa me la sono portata da solo. Ma, terminata la seduta nel suo Gabinetto, all'uscita pioveva. Fortunatamente avevo nella mia borsa un impermeabile color kaki e un cappellaccio impermeabile nero.
Squilla il telefonino: non e la mia segretaria, ma un'amica carissima che non abita nemmeno tanto lontana da me.
Soliti convenevoli... come stai... io sto bene e tu... anch’io...! Intanto che parlo, col cell in una mano, con l'altra cerco di togliere e indossare l'impermeabile e il cappellaccio. Chiacchierando, mi accorgo di aver sorpassato la fermata del tram e di essere quasi in vista del Palazzo di Giustizia. Mi fermo. Non tanto per il Palazzo di Giustizia che non è neppure bello se lo chiamano "il Palazzaccio", ma perché adesso piove a dirotto... e decido di entrare in un bar con la scusa di prendere un caffè. Puoi ben figurarti quanto sia difficile prendere un caffè con l'impermeabile, il cappellaccio, la borsa e il cell in mano. Perché la vera difficoltà era strappare la bustina dello zucchero, versarla nel caffè e mescolare. E tralascio di raccontarti le peripezie per pagare alla cassa: cavare di tasca il portafoglio, porgere la banconota, ritirare lo scontrino e il resto in monetine.
Chiacchierando e "Cantando sotto la pioggia" arrivo in Largo Augusto, percorro un tratto di Corso Europa e sbocco in Piazza San Babila che non è una santa donna, anche se può sembrare. Sempre chiacchierando, ma più che altro descrivendo, faccio una puntatina nella celeberrima Via Montenapoleone e quindi, ritornando sui miei passi, percorro l'intero Corso Vittorio Emanuele. La vista dell'abside del Duomo è sempre una grande emozione perché legata ad un sogno ricorrente. .
Un barbone, ma in realtà artista di strada, smesso di suonare il suo sassofono, si sta fumando tranquillamente una sigaretta. Mi avvicino e gli chiedo di suonare per la mia amica.
E quell'artista, con straordinaria maestria, le suona un brano tratto dal film... quello che fa...spetta, più o meno così...
"tà tarararaaaaa, tàtararara...tà tararara, ra raaaa!"
Al termine della sua esibizione, gli chiedo di salutarla e, nel prendere il mio telefonino mi domanda se è italiana. Forse quel "barbone" conosceva anche altre lingue. .
Si è formato un capannello di gente ammirata che lascia qualche monetina, e io ne approfitto per svignarmela. Più avanti mi fermo davanti ad una celebre gioielleria, descrivo alla mia amica tutti i gioielli esposti.
Quando descrivo un orologio di Cartier, tutto tempestato di diamanti, rubini e lapislazzuli, e le chiedo se lo accetterebbe in regalo, mi dice che le potrebbe andare bene; ma non c'è il prezzo. Allora decido di entrare e chiedere, tanto non mi costa nulla. Ma quando le comunico la miserabile cifra di 55.000 Euro, mi risponde che non le piace. «Grazie!» ribatto «tu si che sei un'amica!»
Poco più avanti, la vetrina di quello che era una volta il famoso bar Motta espone una gran dovizia di gelati multicolori e io posso descriverle i gusti sempre via cell.
“Quater pass” in Galleria Vittorio Emanuele giusto per ascoltare un pianista che, sotto la cupola centrale, sta eseguendo un brano da virtuoso, patrocinato da "Milano in musica" ma al momento degli applausi mi casca il cell, la borsa, l'impermeabile e il cappellaccio che nel frattempo avevo tolto. Potenza della musica!
Poco discosto, su uno stemma dell'ottagono, una giovane coppia giapponese sta schiacciando maldestramente le palle del toro, raffigurate nello stemma della città di Torino. Dicono che porti fortuna, e se a furia di schiacciarle sono ridotte cosi, vuoi che non le dia schiacciatina anch'io giusto per insegnar loro come si fa? Arrivo in Piazza della Scala e, ritornando sui miei passi, riascolto il pianista senza dimenticare di dare un'altra schiacciatina alle palle del Toro, così, per conto mio, tanto per gradire.
Sarebbe ora di riprendere il metrò per tornare a casa, ma sulla  Piazza Duomo una pattuglia di tre "Ghisa" - così sono chiamati affettuosamente i vigili di Milano - e tra i quali una giovane e bionda Ghisa in gonnella, si avanzano verso di me. Io tento di descrivere chi sono i "Ghisa" alla mia amica, ma lei non capisce! Non mi resta che farglielo spiegare da uno di loro.
...e questi, con spiccato accento napoletano la ragguaglia su tutto! Ma si sa: Milano è una metropoli cosmopolita!
Finalmente scendo nel metrò e in breve tempo arrivo al parcheggio della macchina. Butto dentro la borsa, butto dentro l'impermeabile e il cappellaccio e finalmente mi siedo. L'orecchio sembra cotto con le microonde. La voce quasi mi manca per il lungo chiacchierare, le scarpe fumano per la lunga camminata.
S_CARPE DIEM.... .
Ho passato un pomeriggio felice chiacchierando con la mia Gelsomina! Fischietto..."tà tarararaaaaa, tà tararara...tà tararara, ra raaaa!"
 
“Questo è un racconto che ho ritrovato nei meandri della memoria del computer e l'ho traslato nel tempo ai giorni nostri. Ma non è una storia come tante. E' una parte della mia storia, ed ha avuto anche un seguito. La mia amica potrebbe confermarlo”.

domenica 27 giugno 2010

Sogno di una notte di inizio estate.

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Ero da poco diventato ragazzo-nonno…
 
poi, improvvisamente, mi accorgo che le scuole sono finite.
Senza saperlo, mi ritrovo col mio nipotino,  presso una concessionaria di automobili.

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:
 
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Andare a spasso con lui alla guida!
... che figata, vero?
«Ma...» - dice, «come prima automobile preferirei una macchina non troppo bella perchè devo prima imparare a guidare bene... una macchina tipo quella del Tenente Colombo, così se la sfriso...»
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Non c'è dubbio: il ragazzo ha le idee chiare...
Tutto suo nonno!

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Può un nonno dire di no ad un nipotino?
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Non resta che mettersi alla ricerca di una Peugeot 403-cabrio del 
1959.
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Targata 044
APD
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sabato 26 settembre 2009

Vorrei…


Vorrei che i telefonini avessero i numeri scritti in grande e spaziati a tre a tre come sulle calcolatrici, e che servano soprattutto per telefonare.
Vorrei che i biglietti della metropolitana avessero una bella freccia grande e nera per indicare da che parte si introducono nella macchina obliteratrice.
Vorrei che ogni voce dell’Estratto Conto consultabile “On Line” avesse una casella spuntabile, così come c’è sulla messaggeria di Libero: sarebbe più facile controllare senza dover stampare un foglio di carta.
Vorrei che il codice IBAN fosse diviso a gruppi di lettere alfanumeriche.
Vorrei che i fiammiferi si accendessero fino all’ultimo sull’apposita superficie di sfregamento.
Vorrei che l’incrocio vicino a casa mia venisse rimodernato, magari mettendo una rotonda come ce ne sono tante: ogni giorno c’è sempre un incidente.
Vorrei che eliminassero qualche rotonda. Talvolta sono tanto vicine che mi pare di fare lo Slalom Gigante.
Vorrei che eliminassero i termometri giganti che mettono sulle strade: se fa caldo o freddo, lo sentiamo da soli.
Vorrei che, spedendo una lettera, l’impiegato postale mettesse solo un timbro con l’importo corrispondente e non un francobollo: non c’è bisogno di sprecare francobolli se si va in un Ufficio Postale.
Vorrei che sotto il nome di tante città venisse tolta la scritta “Città denuclearizzata”. Non ho mai capito cosa significa.
Vorrei che togliessero dalle strade i cartelli che avvertono “Controllo elettronico della velocità” laddove il controllo non esiste.
Vorrei che togliessero tutti i cartelloni pubblicitari. Disturbano il panorama.
Vorrei che gli Stilisti di Moda lanciassero la moda dei bottoni o delle scarpe fosforescenti, a beneficio di chi, camminando per le strade nelle sere buie, indossa un vestito scuro.
Vorrei che i pedoni, anche se hanno la precedenza, non attraversino la strada improvvisamente.
Vorrei che i Bluyeans per uomini avessero un bottone per chiudere le tasche posteriori.
Vorrei che le tasche posteriori fossero più grandi.
Vorrei che la Carta di Identità avesse le dimensioni di una carta di credito.
Vorrei che i portafogli, ancorché contenere denaro, venissero costruiti per reggere il peso di tante carte e di tante tessere.
Vorrei un’unica tessera delle dimensioni di una carta di credito, ma che serva per tutto: anche per il tram e per il BlockBuster.
Vorrei che le polizze d’assicurazione avessero le clausole scritte più grandi, più corte, e più comprensibili.
Vorrei che tutti i documenti avessero un formato A4.
Vorrei che i “tuttologi” smettessero di credersi tali: fanno solo ridere.
Vorrei un solo cavo per collegare i vari ingressi di un PC.
Vorrei dirigere una grande orchestra, per una volta sola.
Vorrei avere trent'anni meno.

Vorrei che venisse esaudito il desiderio del camagna.

Volere è potere!

Vorrei che mia moglie non facesse più
la pastina in brodo la domenica sera!
...ma questo è già più difficile.

=^=
 

http://youtu.be/wTWoEuhXtUc?t=48s




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