con traduttore made blog P.C.

Miei cari amici vicini e lontani buongiorno, ovunque voi siate!

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lunedì 15 ottobre 2012

Il gabbiano Jonathan Livingston

Al vero Gabbiano Jonathan che vive nel profondo di noi.
gabbiano al tramonto


E
ra di primo mattino, e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato. A un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo Stormo. E in men che non si dica tutto lo Stormo Buonappetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava così una nuova dura giornata.
      
Ma lontano di là solo soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per suo conto: era il gabbiano Jonathan Livingston. Si trovava ad una trentina di metri d'altezza: distese le zampette palmate, aderse il becco, si tese in uno sforzo doloroso per imprimere alle ali una torsione tale da consentirgli di volare lento. E infatti rallentò tanto che il vento divenne un fruscio lieve intorno a lui, tanto che il mare ristava immoto sotto le sue ali. Strinse gli occhi, si concentrò intensamente, trattenne il fiato, compì ancora uno sforzo per accrescere solo... d'un paio... di centimetri... quella... penosa... torsione e... D'un tratto gli si arruffano le penne, entra in stallo e precipita giù.
    
  I gabbiani, lo sapete anche voi, non vacillano, non stallano mai. Stallare, scomporsi in volo, per loro è una vergogna, è un disonore.
       Ma il gabbiano Jonathan Livingston - che faccia tosta - eccolo là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo e... papapunf stalla di nuovo - no, non era un uccello come tanti.
       La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov'è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d'ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.
      
Ma a sue spese scoprì che, a pensarla in quel modo, non è facile poi trovare amici, fra gli altri uccelli. E anche i suoi genitori erano afflitti a vederlo così: che passava le giornate intere tutto solo, dietro i suoi esperimenti, quei suoi voli planati a bassa quota, provando e riprovando.
       Non sapeva spiegarsi perchè, ad esempio, quando volava basso sull'acqua, ad un'altezza inferiore alla metà della sua apertura alare, riusciva a sostenersi più a lungo nell'aria e con meno fatica. Concludeva la planata, lui, mica con quel solito tuffo a zampingiù nel mare, bensì con una lunga scivolata liscia liscia, sfiorando la superficie con le gambe raccolte contro il corpo, in un tuffo aerodinamico. Quando poi si diede ad eseguire planate con atterraggio a zampe retratte anche sulla spiaggia (e a misurare quindi, coi suoi passi, la lunghezza di ogni planata) i suoi genitori si mostrarono molto ma molto sconsolati.
       «Ma perchè Jon, perchè?» gli domandò sua madre. «Perchè non devi essere un gabbiano come gli altri, Jon? Ci vuole tanto poco! Ma perchè non lo lasci ai pellicani il volo radente? agli albatri? E perchè non mangi niente? Figlio mio, sei ridotto penne e ossa!»
       «Non m'importa se sono penne e ossa, mamma. A me importa soltanto imparare che cosa si può fare su per aria, e cosa no: ecco tutto. A me preme soltanto di sapere.»   
       «Sta' a sentire, Jonathan» gli disse suo padre, con le buone. «Manca poco all'inverno. E le barche saranno pochine, e i pesci nuoteranno più profondi, sotto il pelo dell'acqua. Se proprio vuoi studiare, studia la pappatoria e il modo di procurartela! 'Sta faccenda del volo è bella e buona, ma mica puoi sfamarti con una planata, dico bene? Non scordarti, figliolo, che si vola per mangiare.»
       Jonathan assentì, obbediente. Nei giorni successivi cercò quindi di comportarsi come gli altri gabbiani. Ci si mise di buona volontà. E, gettando strida, giostrava, torneava anche lui con lo Stormo intorno ai moli, intorno ai pescherecci, tuffandosi a gara per acchiappare un pezzo di pane, un pesciolino, qualche avanzo. Ma ad un certo punto non ne poté più.
       Tutto questo non ha senso, si disse: e lasciò cadere, apposta, un'acciuga duramente conquistata. Se la pappasse quel vecchio gabbiano affamato che lo seguiva. Qui perdo tempo, quando potrei impiegarlo invece ad esercitarmi! Ci sono tante cose da imparare!
       Non andò molto, infatti, che Jonathan piantò lo Stormo e tornò solo, sull'alto mare, ad esercitarsi affamato e felice.
       Adesso studiava velocità e, in capo ad una settimana di allenamenti, ne sapeva di più, su questa materia, del più veloce gabbiano che c’era al mondo.

       Eccolo a circa trecento metri d’altezza che, battendo le ali a più non posso, si butta in picchiata: una picchiata vertiginosa verso le onde. A questo punto capisce perché ai gabbiani questa manovra, a tutta velocità, non può riuscire. In appena sei secondi, uno tocca le settanta miglia all’ora: velocità alla quale l’ala d’un uccello non è più stabile nella fase ascendente.
       Ci si era provato più volte, ma sempre con lo stesso risultato. Pur mettendoci il massimo impegno, perdeva sempre il controllo, a una velocità così elevata.
       Saliva a quota trecento. Avanti dritto, a tutta birra, prima. Poi scivolata d’ala. E giù in picchiata. Niente! Ogni santa volta l’ala andava in stallo nella fase ascendente, lui veniva spostato con violenza a mano manca, stallava con la destra per cercare di riprendersi e, trac, cadeva in vite.

       Non riusciva a metterci sufficiente attenzione, al momento in cui dava quel colpo d’ala ascendente. Dieci volte ci aveva provato e ogni volta, appena toccate le settanta miglia orarie, si trasformava in una trottola di penne e, perduto il dominio dell’aria, tonfava nell’acqua.
       Il trucco – gli balenò in mente quand’era ormai fradicio – consiste nel tenere le ali ferme. Si: remeggiare finché non sei sulle cinquanta miglia, poi tener ferme le ali.
       Salì a quota seicento e riprovò. Si buttò in picchiata,becco dritto in giù, ali tutte aperte, appena toccate le cinquanta, spiegate e ferme. Occorreva una forza tremenda, ma il trucco riusciva. Nello spazio di dieci secondi, era sfrecciato a novanta miglia l’ora. Jonathan aveva stabilito il record mondiale di velocità dei gabbiani.

       Ma il suo trionfo fu di breve durata. Nell’istante in cui si accinse a risalire, nell’istante in cui mutò l’inclinazione delle ali, perse disastrosamente il controllo, frullò e divenne un turbinio di penne. Come prima: solo che, a novanta, fu un effetto-dinamite. E Jonathan esplose in aria. Piombò in mare. In un mare duro come il granito.
       Quando tornò in sé era buio da un bel pezzo. Galleggiava cullato dalla maretta, sulla sia del chiardiluna. Si sentiva le ali sbrindellate pesanti come piombo, ma più ancora gli pesava il fallimento. Si augurò, indebolito com’era, che quel peso bastasse a trascinarlo dolcemente in giù, verso il fondo, e che fosse finita.       Mentre affondava, una voce strana e cupa risuonò dentro di lui. Ah, non c’è via di scampo. Niente da fare, sei un gabbiano. La natura ti impone certi limiti. Se tu fossi destinato ad imparare tante cose sul volo, avresti un portolano nel cervello. Carte nautiche avresti, per meningi. E se tu fossi fatto per volare come il vento, avresti l’ala corta del falcone, e mangeresti topi anziché pesci. Sì sì, aveva ragione tuo padre. Lascia perdere queste stupidaggini. Torna a casa, torna presso il tuo Stormo, e accontentati di quello che sei, un povero gabbiano limitato.
       Quella voce svanì, e Jonathan era d’accordo. Un gabbiano a quest’ora di notte dovrebb’essere a nanna, sulla costa. D’ora in poi, giurò Jonathan, io sarò un gabbiano per bene. E tutti saranno contenti di me.
       A fatica si tirò fuori dall’acqua e si diresse mestamente verso terra. Meno male che aveva imparato a volare a bassa quota, il che gli consentiva un risparmio d’energie…
 
 
Jonathan Livingston è un gabbiano che abbandona la massa dei comuni gabbiani per i quali volare non è che un semplice e goffo mezzo per procurarsi il cibo ed impara ad eseguire il volo come atto di perizia e intelligenza, fonte di perfezione e di gioia. Diventa così un simbolo, la guida ideale di chi ha la forza di ubbidire alla propria legge interiore; di chi prova un piacere particolare nel far bene le cose a cui si dedica. Metafora dell'uomo, che persegue per tutta la vita un ideale di perfezione che lo porterà dapprima all'isolamento e quindi allo studio e al sacrificio, fino ad apprendere il segreto della bontà e dell'amore che cercherà di insegnare ai propri simili.

 Parole rubate, ma solo le parole. La fiaba del gabbiano Jonathan Livingston potrebbe apparire anacronistica nei giorni in cui un uomo ha superato la velocità del suono gettandosi in caduta libera   dalla stratosfera. Ma non lo è affatto. Perchè anche quell’uomo, come il gabbiano Jonathan, aveva voglia di vento.


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mercoledì 10 ottobre 2012

Uno sguardo spento e perso…

Q
uando la incontrai stentai a riconoscerla, era completamente diversa da quella che ricordavo. Frizzante, piena di vita e di speranze, pronta a cambiare il mondo, a conquistare vette, ad aprire le braccia e spiccare il volo. Ora, niente di lei ricordava chi avevo conosciuto. Stanca, smunta, demotivata, si trascinava appoggiandosi di tanto in tanto, con una spalla al muro, incapace quasi di stare in piedi senza cadere. Uno sguardo spento e perso, lontano chissà dove, e a tutta quella forza di un tempo aveva sostituito un'aria dimessa e mortificata.
Il sorriso; quello era lo stesso: dolce e malinconico, anzi, in questo caso triste.
La sua storia; come quella di tante altre donne che prima ancora di essere mortificate dal cancro, erano state mortificate dalla convinzione inculcatagli a dosi massicce, di non essere capaci di esistere e di vivere senza nessuno accanto, e per quello restano a capo chino, prive di ogni diritto e con il peso del solo dovere, verso la vita, verso l'uomo, verso Dio... e verso chi tende una mano e non ti lascia cadere.
Nei suoi occhi si leggeva solo la convinzione di farla finita ed un grande desiderio: quello di andare!
Fu l'acqua di un fiume che scorreva sotto un ponte, con lei c'erano i vecchi bambini di un tempo, quello in cui viveva felice l'abbraccio di mamma e aspettava il ritorno di un padre che l'avrebbe presa in braccio per farla volare... volare in alto.
Un attimo, fu solo un attimo... e riuscì a volare... a braccia aperte scivolò via senza guardare in basso, ma con lo sguardo rivolto al cielo.
“Ho voglia di vento, posando i miei passi su nuvole e vento, danzare per sempre perduta nel tempo, lontana… da abbracci perduti, da sogni falliti, da amori negati…”
La corsa nella notte verso il nosocomio, la luce blu intermittente, il suono delle sirene... lei era lontana, felice nel credere di avercela fatta, di essere libera... ma passata la notte, tornò tra le mura di quella casa che non era la sua, ma che  l'aveva vista bambina, e a chi la chiamava dandole il tormento, rispondeva... "sono a letto, ho un po' di febbre... comprerò il biglietto domani, e per domenica... sarò di ritorno a casa"
Come sempre e nuovamente prigioniera...


La cantilena è nell’anima di chi legge senza comprendere, incapace di capire e di provare qualunque sorta di coinvolgimento o emozione, succube della propria rabbia e della propria commiserazione.
Rima baciata e versi di poesia sono il tacere a chi non sa ascoltare, se non con le orecchie, l’invocazione di chi soffre e sono dedicati a chi ascolta con il cuore e commenta con l’anima.



.




lunedì 1 ottobre 2012

Ho voglia di vento





Ho voglia di vento
che smuova le foglie
Ho voglia di aria, di pace, di sole.
Sentirmi leggera da poter volare
Mi sento legata e
Vorrei tanto andare.
Un passo di danza
Un volo leggero e
Perdermi dentro quell'aria,
Quel cielo...
Ho voglia di vento
Che mi porti via,
A passo di danza
Percorrer la via che...
Mi porti lontano da...
Abbracci perduti,
Da sogni falliti
Amori negati...
Volare lontano
Posando i miei passi
Su nuvole e vento.
Danzare per sempre
Perduta nel tempo...
... Ho voglia di vento...



martedì 6 marzo 2012

Caro amico ti scrivo

Lucio Dalla, un poeta che ha saputo musicare nove mesi di maternità in due versetti.




Dice che era un bell'uomo
e veniva, veniva dal mare...
parlava un'altra lingua...
però sapeva amare;
e quel giorno lui prese mia madre
sopra un bel prato..
l'ora più dolce
prima di essere ammazzato.
Così lei restò sola nella stanza,
la stanza sul porto,
con l'unico vestito
ogni giorno più corto,
e benché non sapesse il nome
e neppure il paese
mi riconobbe subito
proprio all'ultimo mese
Compiva sedici anni quel giorno
la mia mamma,
le strofe di taverna
le cantò a ninna nanna!
E stringendomi al petto che sapeva
sapeva di mare
giocava alla Madonna
col bimbo da fasciare.
E forse fu per gioco,
o forse per amore
che mi volle chiamare
come nostro signore.
Della sua breve vita, il ricordo,
il ricordo più grosso
è tutto in questo nome
che io mi porto addosso.
E ancora adesso mentre bestemmio
e bevo vino
per i ladri e le puttane
sono Gesù bambino.

Lucio Dalla che ha composto e cantato le musiche per un film considerato “Patrimonio Culturale Nazionale




Lucio Dalla, la cui parola ricorrente è stata il “cielo” avrebbe ben meritato il saluto delle Frecce Tricolori.



Lucio Dalla in un aspetto inedito. Musica e voce per la rappresentazione teatrale de “La Storia Bandita
(registrata con mezzi di fortuna  nell’agosto 2011)


giovedì 25 marzo 2010

La fontana malata (di A. Palazzeschi)



.
.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchette,
ch ch ch...
E' giu',
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce, un poco
si tace...
di nuovo
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
Si tace,
non getta
piu' nulla.
Si tace, non s'ode
rumore
di sorta
che forse...
che forse
sia morta?
Orrore
Ah! no.
Rieccola,
ancora
tossisce,
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
ch ch ch...
La tisi
l' uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto...
Che lagno!
Ma Habel!
Vittoria!
Andate,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno  tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire, magari...
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
ch ch ch...

Questa poesia, di Aldo Palazzeschi, l'avevo studiata a memoria,
ma ne avevo perso traccia, e non ricordavo il titolo.






sabato 6 febbraio 2010

Penna Bianca

 
 
albatrho
Penna bianca se ne stava seduto sulla sedia con un piede penzolante come se avesse ancora 5 anni (benché ne avesse 70) e, con i suoi occhi vispi, fissava un quadro appeso alla parete.
Mentre il suo corpo era preso dal movimento del piede, la sua mente viaggiava in una realtà tridimensionale dove abitavano i suoi amici invisibili, che lui astutamente chiamava personalità!
Erano separate, ben distinte e lui le aveva così animate che a volte faceva fatica a ritrovare il suo vero sé in cui abitava attualmente.
Con un sospiro inseguì un pensiero oscillante : “Ahaaa'...
se fossi nato femmina! Avrei guardato la vita con più disinvoltura e sarei diventato un'artista! "
Ma il pensiero prese vita animandosi e diventò una delle sue personalità più elaborate a cui aveva dato il nome di Venere.
"Guarda tesoruccio", sussurrò la sua parte femminile, non hai bisogno di diventare donna; hai già dentro quello che ti serve per diventare artista. Lo percepisco da come tocchi i tuoi libri, i tuoi oggetti, da come accarezzi i tuoi ricordi, come una mamma innamorata dei suoi figli che dopo averli cullati li saluta con il bacio della buonanotte! "
Apparve d'improvviso un fanciullo sui 15 anni (un'altra delle sue personalità a cui lui aveva dato il nome di Narciso) che lamentandosi affermò: "Sii ma che ne sarà di lui, del grande genio incompreso fra una trentina d'anni? Ci sarà qualcuno che penserà con la sua stessa passione a tener viva la fantasia e la voglia di vivere?"
"Ahahahahah" - rideva un uomo sulla quarantina (l'ultimo amico invisibile che lui chiamava decorosamente Umorismo) - "Ho capito a cosa stai pensando! Ho capito dove vuoi arrivare... Hai paura... paura di perdere la memoria, di dimenticare i tuoi ricordi... e quanti ne dovrai perdere prima che te ne renderai conto? Quali fatti scompariranno dalla tua testa per notarli? Vuoi sigillarci in questo mondo sperando di riaffiorare tra la polvere del tempo, fermando le tue emozioni tra le pagine virtuali di un diario?"
Penna bianca ebbe un attimo di esitazione poi indignato e offeso ricacciò nella sua mente tutte le sue personalità, anche se in cuor suo sapeva che tutte, a loro modo, avevano centrato la chiave della sua porta segreta.
E con uno scatto di lucidità iniziò a scrivere su un foglio bianco i suoi sentimenti... mentre un piede continuava a penzolare. 
[ pubblicato il 06 Febbraio 2010 da monchery10 ]
 
 









venerdì 5 giugno 2009

Un bel racconto che fa riflettere.

 .
A mezzanotte il quasi asceta annunziò:
"E' ora di lasciare la mia casa per andare in cerca di Dio. Chi mi ha trattenuto tanto tempo nell' illusione?"
Dio mormorò: "Io", ma l' uomo aveva le orecchie chiuse.

.
Col bimbo addormentato al seno, la sua donna dormiva placidamente sul lato del letto.
L' uomo disse: "Chi siete voi che per tanto tempo mi avete ingannato?"
Ancora la voce rispose: "Essi sono Dio", ma egli non intese.

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Il bambino pianse nel sonno e si strinse alla madre.
Dio comandò: "Fermati, sciocco, non lasciare la tua casa" , ma l' uomo neppure allora la udì.

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Dio disse sospirando: "Perchè il mio servo mi abbandona, per andare in cerca
di me?"

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[Tratto da Il Giardiniere di Rabindranath Tagore]

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