con traduttore made blog P.C.

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domenica 2 dicembre 2012

Storie di cani - Fulmine, detto Full - (1a parte)


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ue giorni prima che aprissero la caccia, Lampo morì. Era vecchio come il cucco e aveva il pieno diritto di essere stufo di fare il cane da caccia, un mestiere che gli dava una fatica straordinaria per la semplice ragione che non era il suo.
Don Camillo non poté fare altro che scavare una profonda buca nell’orto, vicino alla siepe di gaggia, buttarvi dentro la carcassa di Lampo, ricoprirla di terra e sospirare.     
     Per una quindicina di giorni don Camillo ebbe il magone, poi gli passò e una mattina, Dio sa come, si trovò in mezzo ai campi con la doppietta tra le mani.     
     Una quaglia si levò da un prato d’erba medica e don Camillo fece partire un doppietto. La quaglia continuò a volare tranquilla e don Camillo stava per urlare: «Cane vigliacco!», ma si ricordò che Lampo non c’era più e il magone gli tornò.     
     Girò come un maledetto in mezzo ai campi, lungo gli argini e sotto i filari di viti, sparò come una mitragliatrice ma non concluse un accidente.
Come si fa a combinare qualcosa senza un cane?     
     Gli era rimasta una cartuccia: una quaglia si levò in volo e don Camillo sparò quando l’uccello stava scavalcando una siepe. Non doveva averlo sbagliato: ma come fare per saperlo? Poteva essere caduto in mezzo alla siepe, o nell’erba del prato oltre la siepe. Come cercare un ago in un pagliaio. Meglio lasciar perdere.
     Don Camillo soffiò dentro le canne della doppietta e si guardava attorno per orizzontarsi e trovare la via di casa quando un fruscio gli fece volgere la testa.     
     Dalla siepe saltò fuori un cane che gli arrivò di corsa fin davanti e gli buttò ai piedi una grossa lepre che teneva tra i denti.

     - Vecchio mondo – esclamò don Camillo. – Questa è bella. Io sparo a una quaglia e questo qui mi porta una lepre.          
    Don Camillo raccolse la lepre e vide che era bagnata. Anche il cane era bagnato. Evidentemente veniva dall’altra riva e aveva attraversato a nuoto il fiume. Mise la lepre dentro il carniere e si avviò verso casa. E il cane dietro. Il cane lo seguì e, quando don Camillo entrò in canonica, si mise ad aspettarlo accucciato davanti alla porta.     
    Don Camillo non aveva mai visto un cane di quella razza. Era una gran bella bestia e doveva essere anche in gamba parecchio. Magari si trattava di uno di quei cani che hanno la carta con l’albero genealogico come i conti e i marchesi: comunque non aveva nessun documento di riconoscimento indosso. Portava un bel collare, ma sul collare non c’erano targhette con nomi o indirizzi.

     « Se non viene dall’altro mondo e se qualcuno lo ha perso, questo qualcuno salterà fuori» pensò don Camillo E fece entrare il cane.

     Poi la sera, prima di addormentarsi, pensò parecchio al cane, ma si mise l’animo in pace concludendo:
      « Domenica lo dirò in chiesa ».
     La mattina presto, quando si alzò per dire la Messa, don Camillo aveva dimenticato il cane: se lo ritrovò tra i piedi mentre stava per entrare in chiesa.

     - Fermati lì e aspetta"! – gli gridò don Camillo. E il cane si accucciò davanti alla porticina della sagrestia e, quando don Camillo Uscì, era ancora lì e gli fece festa. 
     Fecero colazione in compagnia e alla fine il cane, vedendo don Camillo prendere la doppietta che stava appoggiata in un angolo, per appenderla al solito chiodo, incominciò ad abbaiare, e correva verso la porta, poi rientrava per vedere se don Camillo lo seguiva e continuò tanto questa commedia che don Camillo dovette imbracciare la doppietta e avviarsi verso i campi.
     Era un cane straordinario, una di quelle bestie che impegnano moralmente il cacciatore, che lo inducono a pensare: «Qui se sbaglio il colpo faccio una figura da cane! ».
     Don Camillo si impegnò a fondo perché gli pareva di dover dare l’esame e, francamente, fu un cacciatore degno del cane.
Ritornando col carniere pieno, don Camillo prese una decisione:

      « Lo chiamerò Fulmine ».
     Poi in un secondo tempo, pensando che Fulmine è un nome che non finisce più, perfezionò la cosa:
      « Fulmine detto Full ».     
    Ora che aveva finito il suo lavoro, il cane stava prendendosi un po’ di vacanza rincorrendo le farfalle, lontano mezzo miglio, al margine di un enorme prato d’erba medica
      - Full! –urlò don Camillo.     
     Successe come se qualcuno, dall’altra parte del prato, avesse lanciato contro don Camillo un siluro: il cane patì a pancia a terra e si vedeva soltanto la scia che, fendendo il mare d’erba, la bestia lasciava dietro di sé.     
     Ed ecco Full con una spanna di lingua fuori, piantato davanti a don Camillo, in attesa di ordini.
-
     Bravo Full! – gli disse don Camillo. E il cane gli combinò tutt’intorno una tale sarabanda di salti, di guaiti e di abbaiamenti da indurre don Camillo a pensare:
     «Se questo non la smette, mi metto ad abbaiare anch’io!»
     Passarono due giorni e un dannato piccolo Satana che si era messo alle calcagna di don Camillo e che gli faceva lunghi discorsi tentatori, era quasi riuscito a convincerlo di dimenticarsi che, la domenica, doveva dire in chiesa del cane trovato quando, nel pomeriggio del terzo, tornando a casa col carniere pieno e con Full che funzionava da battistrada, don Camillo incontrò Peppone.
     Peppone era cupo: veniva anche lui dalla caccia, ma il suo carniere era vuoto.
     Peppone guardò Full, poi cavò di tasca un giornale e lo aperse.
- Curioso, – borbottò: – pare proprio il cane che cercano qui.
     Don Camillo prese il giornale e trovò subito quello che non avrebbe mai voluto trovare. Un tizio di città offriva una ricca mancia a chi gli avesse fatto ritrovare un cane da caccia così e così, smarrito il giorno tale, nel tal bosco lungo il fiume.
     - Bene – borbottò don Camillo – faccio a meno di dirlo in chiesa domenica. Lasciami il giornale Poi te lo rendo. -
     - Capisco, però è un peccato, – replicò Peppone. – In paese si dice che sia un cane straordinario. D’altra parte pare che sia la verità perché dei carnieri così, quando avevate Lampo, non ne avete mai portati a casa. Peccato davvero. Io, se fossi in voi…
     - Anch’io se fossi in te. – lo interruppe brusco don Camillo – Siccome però io sono in me, faccio il mio dovere di galantuomo e restituisco il cane al padrone legittimo.
     Arrivato in paese, don Camillo entrò di corsa all’ufficio postale e spedì un telegramma al tipo di città. E il dannatissimo Satana che stava studiando un bellissimo discorso da fare a don Camillo, perdette la partita. E ci rimase male perché aveva pensato che don Camillo avrebbe scritto una lettera al tipo di città: non aveva pensato al telegrafo.     
     Per scrivere una lettera ci vuole il suo tempo, quindici, venti minuti. E in quindici o venti minuti un Satanello in gamba riesce a capovolgere una situazione. Per buttar giù quattro parole di telegramma in un ufficio postale ci vogliono pochi secondi e anche un Satanasso grosso ha poco da fare.     
     Don Camillo tornò a casa con la coscienza a posto, ma con un magone grosso così. E sospirava ancora più forte di quando aveva seppellito Lampo.     
     Il tipo di città arrivò il giorno dopo su una “Aprilia”. Era tronfio e antipatico.
     - E’ qui il mio cane? – domandò.
     - Qui c’è un cane smarrito da qualcuno e trovato da me – precisò don Camillo. – Che sia vostro dovete dimostrarlo.
     Il tipo di città descrisse il cane dal principio alla fine.
     - Può bastare o devo descrivervi come sono fatte le sue budella? – concluse.
     - Può bastare, – rispose cupo don Camillo aprendo la porticina del sottoscala.
     Il cane era accucciato per terra e non si mosse.
     - Full – lo chiamò il tipo di città.
     - Si chiama così? – domandò don Camillo.
     - Si.
     - Stano, – osservò don Camillo.     
     Il cane non si era mosso e il tipo di città lo chiamò ancora:
     - Full.
     Il cane ringhiò e i suoi occhi erano cattivi.
     - Non pare sia vostro, – disse don Camillo.     
     Il tipo di città si chinò e, agguantato il cane per il collare, lo trascinò fuori dal sottoscala poi rovesciò il collare e, sotto, c’era una targhettina d’ottone che portava inciso alcune parole.
     - Legga reverendo. Qui c’è il mio indirizzo e il mio numero di telefono. Anche se il cane non pare mio, lo è.
     Il tipo di città indicò l’automobile a Full:
     - Su, monta! – ordinò.     
     E Full lentamente, con la testa bassa e con la coda fra le gambe, salì sulla macchina e si accucciò nel fondo.     
     Il tipo di città cavò di tasca un biglietto da cinquemila e lo porse a don Camillo:
     - Per il suo disturbo, – disse.
     - Per me non è un disturbo restituire la roba trovata al legittimo proprietario, – rispose don Camillo respingendo il denaro.
     Il tipo di città ringraziò don Camillo:
     - Le sono molto riconoscente, reverendo . E’ un cane che mi costa un sacco di quattrini. Razza purissima. Viene da una dei migliori canili inglesi. Io sono un po’ impulsivo: l’altro giorno mi ha fatto sbagliare una lepre e allora gli ho mollato una pedata. E’ un cane permaloso.
     - E’ un cane che ha una dignità professionale, – rispose don Camillo. – La lepre non l’avete sbagliata, tanto è vero che poi l’ha trovata  e l’ha portata a me.
     - Gli passerà, – ridacchiò il tipo di città risalendo in macchina.
     Don Camillo passò una nottata perfida e, la mattina seguente, quando uscì dalla chiesa dopo aver celebrato la Messa, era cupo. Pioveva a scrosci e tirava un vento maledetto, ma Full era lì.
     Infangato fino agli occhi e bagnato come uno straccio da pavimenti, Full era lì accucciato davanti alla porta della sacrestia e, quando vide don Camillo, combinò una cosa da finale dell’ultimo atto.
     Don Camillo rientrò in canonica con Full, e subito gli venne la malinconia.
     - C’è poco da illudersi, – disse sospirando al cane. – Oramai sa la strada e verrà a riprenderti.     
     Il cane guaì come se avesse capito. E si lasciò lavare e ripulire da don Camillo e poi si accucciò davanti al camino dove don Camillo aveva acceso una fascina perché Full si asciugasse.
     Il tipo di città ritornò lo stesso pomeriggio. Era arrabbiatissimo perché aveva dovuto inzaccherare la sua “Aprilia”.
     Non ci fu bisogno di spiegare niente: entrato in canonica, trovò Full accucciato davanti al camino spento.
     - Mi dispiace di darle altro disturbo, – disse il tipo di città. – Però vedrà che è l’ultima volta. Lo porterò in una mia villa che ho nel Varesotto. Da lì non scapperebbe neppure se fosse un piccione viaggiatore.
     Quando il tipo di città lo chiamò, Full ringhiò con cattiveria e stavolta non salì da solo sulla macchina, ma dovette cacciarvelo per forza il padrone. E quando fu su tentò di scappare. E quando fu chiusa la portiera incominciò a saltare sui sedili e ad abbaiare furiosamente.

* * *
continua
  
Qui si conclude la prima parte di “Fulmine, detto Full”.

E così come per i precedenti racconti, se volete sapere perchè scrivo di don Camillo, lo potete leggere qui, ma anche qui.

domenica 16 settembre 2012

Peccato confessato

          ► G.Guarescidon-camillo-G. Guareschi
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on Camillo era uno di quei tipi che non hanno peli sulla lingua e, la volta che in paese era successo un sudicio pasticcio, nel quale erano immischiati vecchi possidenti e ragazze, don Camillo durante la messa aveva cominciato un discorsetto generico e ammodino, poi un bel momento, scorgendo proprio in prima fila uno degli scostumati, gli erano scappati i cavalli e, interrotto il suo dire, aveva gettato un drappo sulla testa di Gesù crocifisso dell’altar maggiore perché non sentisse e, piantandosi i pugni sui fianchi, aveva finito il discorso a modo suo, e tanto era tonante la voce che usciva dalla bocca di quell’omaccione, e tanto grosse le diceva, che il soffitto della chiesetta tremava.
Naturalmente, don Camillo, venuto il tempo delle elezioni, si era espresso in modo così esplicito nei riguardi degli esponenti locali delle sinistre che, una bella sera, tra il lusco e il brusco, mentre tornava in canonica, un pezzaccio d’uomo intabarrato gli era arrivato alle spalle schizzando fuor da una siepe e, approfittando del fatto che don Camillo era impacciato dalla bicicletta, al manubrio della quale era appeso un fagotto con settanta uova, gli aveva dato una robusta suonata con un palo, scomparendo poi come inghiottito dalla terra. Don Camillo non aveva detto niente a nessuno.
Arrivato in canonica e messe in salvo le uova, era andato in chiesa a consigliarsi con Gesù, come faceva sempre nei momenti di dubbio.
«Cosa debbo fare?» aveva chiesto don Camillo.
«Spennellati la schiena con un po’ d’olio sbattuto nell’acqua e statti zitto» gli aveva risposto Gesù dal sommo dell’altare. «Bisogna perdonare chi ci offende: questa è la regola.»
«Va bene» aveva obiettato don Camillo. «Qui però si tratta di legnate, non di offese.»
«E cosa vuol dire?» gli aveva sussurrato Gesù. «Forse che le offese recate al corpo sono più dolorose di quelle recate allo spirito?»
«D’accordo Signore. Ma voi dovete tener presente che, legnando me che sono il vostro ministro, hanno recato offesa a voi. Io lo faccio più per voi che per me.»
«E io non ero forse più ministro di Dio di te? E non ho forse perdonato chi mi ha inchiodato sulla croce?»
«Con voi non si può ragionare.» aveva concluso don Camillo. «Avete sempre ragione voi. Sia fatta la vostra volontà. Perdoneremo. Però ricordatevi che se quelli, imbaldanziti dal mio silenzio, mi spaccheranno la zucca, la responsabilità sarà vostra. Io potrei citare dei passi del Vecchio Testamento... »
«Don Camillo, a me vieni a parlare del Vecchio Testamento! Per quanto riguarda il resto, mi assumo ogni responsabilità. Però, detto fra noi, una pestatina ti sta bene, così impari a fare della politica in casa mia.»
 
Don Camillo aveva perdonato. Però una cosa gli era rimasta di traverso nel gozzo, come una lisca di merluzzo: la curiosità di sapere chi l’avesse spennellato.
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* * * * * *
 
Passò del tempo e, una  sera tardi, mentre era nel confessionale, don Camillo vide attraverso la grata, la faccia del capoccia dell’estrema sinistra, Peppone. Peppone che veniva a confessarsi era un avvenimento da far rimanere a bocca aperta. Don Camillo si compiacque.
«Dio sia con te fratello: con te che più d’ogni altro hai bisogno della sua santa benedizione. E’ da molto tempo che non ti confessi?»
«Dal 1908» rispose Peppone.
«Figurati i peccati che hai fatto in questi ventotto anni, con quelle belle idee che hai per la testa.»
«Eh si, parecchi» sospirò Peppone.
«Per esempio?»
«Per esempio, due mesi fa vi ho bastonato.»
«E’ grave» rispose don Camillo. «Offendendo un ministro di Dio tu hai offeso Dio.»
«Me ne sono pentito» esclamò Peppone. «Io poi non vi ho bastonato come ministro di Dio, ma come avversario politico. E’ stato un momento di debolezza.»
«Oltre a questo e all’appartenenza a quel tuo diabolico partito, hai altri peccati gravi?»
Peppone vuotò il sacco. In complesso era poca roba, e don Camillo lo liquidò con una ventina fra Pater e Avemarie. Poi, mentre Peppone si inginocchiava davanti alla balaustra per dire la sua penitenza, don Camillo andò a inginocchiarsi sotto il Crocifisso.
«Gesù,» disse «perdonatemi, ma io gliele pesto.»
«Neanche per sogno» rispose Gesù «Io l’ho perdonato e anche tu devi perdonare. In fondo è un brav’uomo.»
«Gesù, non ti fidare dei rossi: quelli tirano a fregare. Guardalo bene: non vedi che faccia da Barabba che ha?»
«Una faccia come tutte le altre. Don Camillo, tu hai il cuore avvelenato!»
«Gesù, se vi ho servito bene, fatemi una grazia: lasciate almeno che gli sbatta quel candelotto sulla schiena. Cos’è una candela, Gesù mio?»
«No» rispose Gesù. «Le tue mani sono fatte per benedire, non per percuotere.»
Don Camillo sospirò. Si inchinò e uscì dal cancelletto. Si volse verso l’altare per segnarsi ancora, e si trovò dietro le spalle di Peppone che, inginocchiato, era immerso nelle sue preghiere.
«Sta bene» gemette don Camillo giungendo le palme e guardando Gesù. «Le mani sono fatte per benedire, ma i piedi no!»
«Anche questo è vero» disse Gesù dall’alto dell’altare.
«Però mi raccomando, don Camillo: una sola!» La pedata partì come un fulmine, Peppone incassò senza batter ciglio, poi si alzò e sospirò, sollevato:
«E’ dieci minuti che l’aspettavo» disse «Adesso mi sento meglio.»
«Anch’io» esclamò don Camillo che aveva ora il cuore sgombro e netto come il cielo sereno.
Gesù non disse niente. Ma si vedeva che era contento anche lui.
 
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Perché scrivo di don Camillo lo potrete leggere qui. E per chi, leggendo questo brano, e ricordando i volti degli insuperabili personaggi che hanno interpretato il film omonimo, spero che sia un divertimento: così come lo è per me.