Finiva la scuola ed era estate.
Quelle belle estati presago di giochi e scampagnate in bicicletta per le stradine polverose che attraversavano campi di grano mietuto, di erba medica e di mais con le pannocchie ancora acerbe. Ma a noi non interessavano i covoni di fascine o le balle di paglia, né i carri che, pigramente trainati da buoi, li trasportavano. Interessavano di più i solchi che i carri lasciavano nelle stradine: due solchi nei quali si faceva a gara con chi avesse mantenuto dentro più a lungo le ruote della bicicletta. Chi perdeva pagava pegno: una fetta d’anguria.
Un capanno di canne con un improbabile pergolato per fare ombra, quattro sedie sgangherate intorno ad un tavolino traballante. Un’asse i legno a mo’ di bancone e, dietro il bancone, un gran mastello ricolmo d’acqua e pezzi di ghiaccio per mantenere al fresco le angurie immerse.
Davanti, il campo delle angurie che ancora maturavano al sole.
Oggi le anguriere non esistono quasi più: la gente compera l’anguria al supermarket attratta talvolta dalla forma quadrata che i soliti giapponesi sono riusciti a darle. Ma tanti anni fa, l’anguriera era una fonte di guadagno per tanti contadini, talvolta fittavoli, che in tal modo compensavano un raccolto andato a male.
Anguriera difesa nottetempo, con la cartuccia nella doppietta a cani alzati, da quelli che andavano per rubare, ma anche a romperle per dispetto.
Ma l’anguriera era soprattutto un luogo di incontro per gli abitanti della zona che alla sera si riunivano alla luce di una lucerna a carburo intorno alla quale volavano mosche, zanzare e falene.
Poi c’erano quelli che l’anguria se la portavano a casa intera, e i più esperti sapevano riconoscere quanto fosse matura e zuccherina battendola con le nocche delle dita.
Per i meno esperti la soluzione era una sola: praticare il tassello.
Ma la clausola “soddisfatti o rimborsati” non c’era.
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