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sabato 21 aprile 2012

Ab Urbe Condita

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Q

uando i greci di Menelao, Ulisse, ed Achille, conquistarono Troia, uno dei pochi difensori che si salvò fu Enea, fortemente raccomandato - certe cose usavano anche a quei tempi - da sua madre che era, nientepopodimeno, che la dea Venere. Con una valigia sulle spalle piena delle immagini dei suoi celesti protettori, fra i quali naturalmente il posto d'onore toccava alla sua buona mamma, ma senza una lira in tasca, il poveretto si diede  a girare il mondo a casaccio.

E dopo non si sa quanti anni di avventure e disavventure, sbarcò, sempre con quella sua valigia sul groppone, in Italia, prese a risalirla verso nord, giunse nel Lazio, vi sposò la figlia di Re Latino che si chiamava Lavinia, fondò una città cui diede il nome della moglie, e insieme a costei visse felice tutto il resto dei suoi giorni”.
Suo figlio Ascanio fondò Alba Longa, facendone la nuova capitale.

E dopo otto generazioni - cioè a dire qualche duecento anni dopo l'arrivo di Enea - due suoi discendenti, Numitore e Amulio. erano ancora sul trono del Lazio.
Purtroppo sui troni in due ci si sta stretti, e così un bel giorno Amulio scacciò il fratello per regnare da solo, e gli uccise tutti i suoi figli, meno una: Rea Silvia.
Ma perché non mettesse al mondo qualche figliuolo cui potesse saltare il ticchio di vendicare il nonno, la obbligò a diventare sacerdotessa della dea Vesta, vale a dire monaca.
Un giorno Rea, che probabilmente aveva una gran voglia di marito, prendeva il fresco in riva al fiume perché era un’estate maledettamente calda, e si addormentò.
Per caso in quei paraggi passava il dio Marte che scendeva sovente sulla terra, un po' per farvi qualche guerra, ch'era il suo mestiere, un po' per cercare delle ragazze, ch'era la sua passione favorita.
Vide Rea Silvia. Se ne innamorò. E senza nemmeno svegliarla la rese incinta.

Quando lo zio Amulio lo seppe, aspettò che partorisse non uno, ma due marmocchi gemelli: Romolo e Remo Poi li mise su una piccola zattera che abbandonò alla corrente del fiume affinché li portasse ad affogare nel mare.
Ma la zattera si arenò poco lontano. I due derelitti, piangendo rumorosamente, richiamarono l’attenzione di una lupa che accorse ad allattarli.

Si dice che la lupa non era una bestia, ma una buona donna, Acca Larenzia, detta Lupa per via del suo caratteraccio e per le molte corna(*) che faceva a suo marito andandosene a far l’amore nel bosco con tutti i giovanotti dei dintorni.

Cresciuti che furono, Romolo e Remo pensarono di fondare una città vicino al punto in cui si era arenata la zattera. Scavarono un solco e costruirono le mura, giurando di uccidere chi avesse osato oltrepassarle.
Come tutti i fratelli, finirono per litigare e Remo, per dispetto, ruppe un pezzo di quelle mura. Romolo, fedele al giuramento, lo accoppò con una badilata, e diede alla città il nome di Roma.

Tutto questo avvenne il Ventuno Aprile dell’anno Settecentocinquantatre prima della nascita di Cristo, e fu, per i romani, l’inizio della storia del mondo.

E quando i romani conquistarono tutta la terra allora conosciuta, gli anni si contarono “Ab Urbe condita”, cioè dalla fondazione di Roma.

Si dice che quanto narrato sia solo una favola che i babbi romani raccontavano ai loro figli, un po’ perché ci credevano essi stessi, un po’ perché i figli, crescendo nella convinzione di aver avuto antenati così altolocati, come Venere, Marte, Enea, si sentivano anche loro semidei (*)

 

http://blog.libero.it/Albatrhos/view.phpSecondo L’Autore non si tratta di una favola. Altrimenti non si spiegherebbe l’immortalità di cui godono ancora, a Roma, molti politici. Perché delle due l’una: o la leggenda è vera e allora si spiega l’immortalità di questi personaggi, oppure è una favola e allora sono tutti figli di quella buona donna che era Acca Larenzia, detta Lupa.http://blog.libero.it/Albatrhos/view.php

 

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tratto dal famoso romanzo:
”La storia che divenne una bella fiaba”
ed. Albatrho.s

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